TJF 3: Caos e conclusione

Ultima puntata dal festival torinese

Recensione
jazz
Il Torino Jazz Festival si è chiuso ieri con la piazza piena per la “Original” Blues Brothers Band, e con la grande festa jazz partita nel pomeriggio. Fra le ultime cose viste, bisogna almeno menzionare John De Leo, presentatosi con il suo progetto Il grande Abarasse, con un’“orchestra” che comprendeva alcuni ottimi improvvisatori e solisti e fra cui spiccava la sezione di doppio clarinetto basso di Piero Bittolo Bon e Beppe Scardino e il theremin di Valeria Sturba. Penalizzati tutti, purtroppo, da qualche inconveniente tecnico e da un set un po’ sacrificato nel programma serrato della domenica. Al di là della qualità tecnica del leader (data per assodata) e dei suoi accompagnatori, la proposta di De Leo è davvero notevole per la capacità di tenere insieme avanguardia e canzone, arrangiamenti creativi, melodia e virtuosismo tecnico. Non era scontato funzionasse anche in piazza (e alcuni problemi di fonica ce l’hanno messa tutta per sabotare la riuscita), il pubblico ha invece gradito.

Tutto più facile per il quartetto di Francesco Bearzatti Monk’n’Roll, con una delle sezioni ritmiche migliori in circolazione (Danilo Gallo al basso elettrico e Zeno De Rossi alla batteria) e Giovanni Falzone alla tromba: il gruppo – di scena anche la sera precedente al Fringe - gioca con i classici del rock (dai Police ai Pink Floyd), che rilegge con originalità non priva di una ricercata attitudine tamarra: Falzone urla nel microfono, Bearzatti distorce il sax e cerca effetti da rock da stadio, tutti incitano il pubblico a partecipare. Si vince, insomma, facile: il progetto, comunque ottimo, sembra costruito apposta per risolvere i problemi di quegli organizzatori di festival jazz che si trovano costretti – o si costringono – a “cercare il pubblico” oltre l’esigua cerchia degli appassionati di jazz.

In realtà, per quanto mi riguarda, il festival era idealmente finito domenica sera con Shibusa Shirazu, super-collettivo giapponese di una quarantina fra musicisti, performer, danzatori… Se tutto era partito con il Sonic Genome di Braxton, un’opera totale che si poneva il problema dell’ordine pur nella libertà della musica, è giusto che tutto si chiuda con il caos. I musicisti – chitarre elettriche, fiati, vibrafono, percussioni – saranno una ventina, e suonano un po’ come una big band funky, un po’ come un’orchestra alla Bregovic con un pizzico di Sun Ra. Partono con un brano in 10/8 che dura una decina di minuti in cui succede – veramente – di tutto, nella musica e intorno: assoli surreali, una performer che agita delle banane, dei danzatori immobili in costumi tradizionali, un pittore, un direttore che perlopiù sta seduto e fuma, un uomo che urla. Perfino un drago gonfiabile volante, che attraversa la piazza fra i flash dei telefonini. Shibusa Shirazu (il nome significa all’incirca “Non siamo fighi”) si presentava come una festa per gli occhi, una sorta di Cirque du Soleil in chiave giapponese. È molto di più: intanto, è una festa anche musicale (la qualità degli arrangiamenti, delle parti improvvisate, dei solisti è altissima). Poi, lavora con un immaginario giapponese in modo molto intelligente, saturando il significato, mescolando l’antico con l’iper-moderno, fino al collasso di ogni senso. Se con Braxton si arrivava alla transe per immersione in una sorta di rito partecipato, qui ci si arriva cedendo al caos assoluto.



Qualche parola in generale sull’edizione 2015. Il festival sembra essersi assestato fra i consumi culturali dei torinesi, la partecipazione del pubblico è stata eccellente (sold out due date a pagamento, quella della Lydian con David Murphy e quella di Ron Carter) e l’atmosfera, anche dietro le quinte, è stata all’insegna della rilassatezza. Il Sonic Genome è stato un evento di cui ci si ricorderà a lungo, e il fiore all’occhiello di cui il direttore Stefano Zenni non può che andare fiero. Qualche polemica, a dire il vero, si è registrata proprio sull’evento del Museo Egizio, cresciuta via Facebook sulle bacheche di alcuni improvvisatori italiani. Il fulcro delle critiche è la partecipazione non retribuita dei musicisti italiani alla performance. Una scelta discutibile per un festival ben finanziato (sarebbe bastato, probabilmente, prevedere un gettone minimo o l’ospitalità per i partecipanti venuti da fuori), ma che era stata esplicitata da subito nella “convocazione” circolata fra i musicisti mesi prima della performance (le polemiche, infatti, non sono giunte dai partecipanti). Insomma, sicuramente una nota stonata su cui l’organizzazione ha già fatto e dovrà fare autocritica, ma se l’obiettivo è denunciare il “solito magna-magna” della cultura italiana, e il malcostume di suonare gratis che uccide il mercato, il Sonic Genome non è sicuramente il bersaglio giusto.

La collocazione spostata da fine aprile a inizio giugno (causa Expo) non ha salvato del tutto il festival dalla pioggia, ma ha reso molto più tollerabili le serate all’aperto, e questo ha aiutato l’affluenza del pubblico. Se si vuole insistere sui grandi eventi in piazza, il ponte del 2 giugno offre sicuramente maggiori garanzie.

I limiti? Ancora, come già annotavo gli scorsi anni, la bulimia dell’offerta: davvero impossibile stare dietro a tutto, soprattutto per il fitto cartellone del Fringe, che oltretutto finisce per raccogliere sotto il proprio ombrello una serie di cose che succedono normalmente in città, e per cannibalizzare l’offerta per il resto della stagione. La formula dei musicisti in residenza funziona e va potenziata, magari diluendo (o spostando) il programma del Fringe nei giorni precedenti i main event (stesso discorso vale per i seminari e i workshop).

Il Torino Jazz Festival ha avuto, cosa rara in Italia in questi anni, il lusso di finanziamenti pubblici e privati consistenti. Nonostante le polemiche iniziali, sembra che si stia imparando dagli errori, pur nel continuo camminare sulla lama sottile fra “avanguardia” e “pubblico”, con qualche scivolata (ma, di nuovo, il caso Braxton, o Shibusa Shirazu, hanno soddisfatto pienamente le ragioni di tutti).
La giunta ha investito molto, sacrificando molto (troppo, probabilmente) per spingere il suo fiore all’occhiello. Non dico nulla di nuovo se dichiaro la mia preferenza per investimenti continuativi nella musica e nella cultura, spalmati su tutto l’anno e non “all in” sui cosiddetti “grandi eventi”, ma se si continua su questa linea, bisogna farlo con costanza per poter crescere e vedere, infine, dei benefici anche sulla vita culturale della città. Per far sì che tutto non cominci e finisca con il ponte del festival. La speranza è che il TJF, ora che si è lanciato, non diventi l’agnello sacrificale della prossima giunta, come è stato in passato per altri festival torinesi che ben funzionavano, e cominciavano a restituire gli investimenti.

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