Sulle rovine di Babele 

Un nuovo lavoro di Elena Mendoza e Matthias Rebstock apre l’edizione annuale del Festival SWR di Schwetzingen 

Der Fall Babel (Il caso Babele), Foto Elmar Witt 
Der Fall Babel (Il caso Babele), Foto Elmar Witt  
Recensione
classica
Schwetzingen, Rokokotheater
Der Fall Babel (Il caso Babele) 
26 Aprile 2019 - 28 Maggio 2019

Secondo l’Unesco, ogni 14 giorni nel mondo scompare una lingua. Se questo è il trend, la punizione “multilinguistica” divina scatenata dalla costruzione della torre di Babele è destinata a dissolversi in un periodo nemmeno così lungo e l’umanità a riconquistare il monolinguismo dello stato paradisiaco originario. Nel paradiso post-babelico che ci attende, si parlerà “spanglish” e, quasi certamente, cinese. Da simili, distopiche considerazioni parte la riflessione alla base dello scritto Por qué traducimos di Fabio Morábito, scrittore e traduttore nato in Egitto da genitori italiani e residente in Messico, usato come epilogo in Der Fall Babel (Il caso Babele), il nuovo lavoro di Elena Mendoza e Matthias Rebstock, che ha aperto l’annuale rassegna del Festival SWR di Schwetzingen. In un imprecisato futuro, una guida accompagna un gruppo di turisti attraverso le rovine di una moderna torre di Babele, che poi è la singolare residenza nelle vie di Bolivar dove diverse generazioni della famiglia Vetriccioli svolgevano con acribia e totale dedizione l’attività di traduttori, dallo stile riconoscibile anche nella consapevole sottomissione all’autorialità del testo, prima di essere distrutti dal tracotante protagonismo dei rivali Guarnieri. Anche quella casa singolare, nella quale ogni anfratto dalle cantine al tetto è occupato da uno scrittoio nel quale i Vetriccioli sono impegnati a tradurre fin dall’età di 7 anni, è frutto della penna di Morábito (Los Vetriccioli è un racconto di surreale sapore borgesiano dalla raccolta La lenta furia del 1989), che costituisce l’ossatura drammaturgica del lavoro con i frammenti del romanzo Bioskoop der Nacht della giapponese residente a Berlino Yoko Tawada e del radiodramma W wie ihr Name / Avec un double v della francese Cécile Wajsbrot di famiglia ebreo-polacca di lingua yiddish. Nessuna traccia, invece, dei nove versi della Genesi che raccontano per primi il mito di Babele. 

Di ispirazione molto diversa, i tre testi vengono incastrati come i pezzi di un mosaico confuso ma che testimonia di una ricchezza culturale prodotta proprio dalla confusione babelica di lingue e dalla frammentazione delle identità collettive. La protagonista di Yoko Tawada alla ricerca della lingua nella quale parlano i suoi sogni così come la bambina francese di Cécile Wajsbrot con quell’anomala doppia v come iniziale del cognome esposta alla martellante violenza grammaticale della lingua tedesca, la lingua dei carnefici della famiglia, raccontano storie di ricerca di identità. Identità che nel paradosso della società monolingue di Fabio Morábito sono polverizzate in un gruppo indistinto guidato da qualcuno programmato a dare ordini (“state insieme e seguitemi” e “non toccate!”) e, davanti alle rovine della nostra civiltà, collettivamente si rallegra di esser nato lontano da un mondo “sommerso da una inesauribile minestra idiomatica, fatta di innumerevoli lingue e centinaia di migliaia di traduzioni” nel quale innamorarsi sembra impossibile. 

Per questo pamphlet musicale a sostegno della diversità culturale dal tono gentile e un po’ ingenuo, Elena Mendoza ha scelto di ridurre all’essenziale i mezzi. Ci sono la dozzina di voci dei bravi vocalist/performer della Schola Heidelberg, quelle dei due attori Ayano Durniok David Luque e lo strumentario “domestico” fatto di bacili metallici pieni d’acqua e lattine svuotate dei tre percussionisti Tobias DutschkeMartin Homann e Almut Lustig, oltre alle elaborazioni elettroniche curate dallo Studio sperimentale della SWR di Freiburg. La parola vuole tutto lo spazio riservato alla musica come è naturale che sia in un lavoro che di parole parla. Il trattamento riflette però l’ispirazione diversa dei tre frammenti di testo: martellanti rumori vocali e percussivi descrivono lo sfondo sonoro dell’operosa casa dei Vetriccioli, riverberi elettronici e fonemi liquidi ricreano la sfocatura onirica della donna in viaggio di Tawada e solo nelle reminiscenze grammaticali della Wajsbrot trova spazio una linea di canto più compiuta nella dialettica insegnante/allieva. Li tiene legati un’accelerazione entropica, che porta alla catastrofe fonica seguita dall’epilogo parlato su una sorta di Urklang elettronico di fondo. 

La babelica casa dei Vetriccioli ispira anche la scelta scenografica di Bettina Mayer che è uno scheletro metallico a più piani sovrapposti con scale e anfratti diversi animati dal movimento instancabile dei 17 interpreti sempre in scena. Niente soprattitoli proiettati per la traduzione ma cartelli srotolati scritti a mano e lavagne e gessetto che danno un sapore vagamente brechtiano al semplice ma fluido e soprattutto curatissimo allestimento concepito da Matthias Rebstock con la complicità artistica della stessa Mendoza. 

Pubblico numeroso. Applausi. 


 

 

 

 

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