Storie di fantasmi e profumi d’oriente

La nonne sanglante di Charles Gounod all’Opéra Comique e Rêves d’Orient alla Philharmonie per il Festival Bru-Zane di Parigi

La nonne sanglante (Foto Pierre Grosbois)
La nonne sanglante (Foto Pierre Grosbois)
Recensione
classica
Opéra Comique. Parigi
La nonne sanglante
02 Giugno 2018 - 14 Giugno 2018

 È un Gonoud trentaseienne ma alle prime armi, operisticamente parlando, quello della Nonne sanglante, il suo secondo lavoro composto per l’Opéra di Parigi dopo Sapho del 1851. Soggetto per palati forti – praticamente uno spin-off del best seller gotico-sulfureo The Monk di Matthew Lewis (ma il personaggio della monaca sanguinante ha radici ben più antiche, arrivando dal medioevo tedesco) – e preso in considerazione anche da Berlioz e dal Verdi degli anni di galera, non fu quel successone che si sperava. O che almeno sperava il gran patron dell’Opéra, Nestor Roqueplan, che dovette far posto all’arcinemico François-Louis Crosnier, più che mai deciso a non tollerare più “simile spazzatura” (sic) sotto la sua gestione. E così, dopo una decina di rappresentazioni, l’opera scomparve dalle scene per farvi ritorno, a parte una fugace apparizione al Teatro di Osnabrück nel 2008 (catturata comunque in CD), soltanto grazie al bicentenario del compositore sulla scena dell’Opéra Comique con la complicità del Palazzetto Bru-Zane. Dopo la rassegna da camera della sede veneziana lo scorso aprile, le celebrazioni gounodiane culminano nell’annuale festival parigino del Palazzetto, che propone due recuperi del Gounod operista di indubbio interesse: questa Nonne e il celeberrimo Faust presentato nella primissima versione con dialoghi parlati al Théâtre des Champs-Elysées. 

Restituita finalmente all’ascolto, questa Nonne sanglante ha già in nuce tutti gli ingredienti che faranno il successo delle opere più mature del compositore: una generosa invenzione melodica, una rigogliosa vena lirica e, truculenze di genere a parte (comunque trattate sempre con grande misura), una leggerezza salottiera tutta parigina, nonostante le atmosfere brumose dei castelli boemi e le sanguinose diatribe familiari del libretto. Fra maledizioni paterne (in quest’opera le colpe dei padri cadono eccome sui figli!), fantasmi sanguinanti per vecchie ferite mai chiuse, giuramenti e vendette solenni, qua e là c’è l’occasione per un valzer o per spiritosi coupletdi paggi sfrontati, quando non si paga pegno alle ineludibili convenzioni del grand opéra di scuola meyerbeeriana con animate scene di lotta, macabri balli di spettri fra ossianiche rovine o macbethiani brindisi con fantasmi annessi. 

La messa in scena di David Bobée esegue lo script dei sagaci librettisti Scribe e Delavigne senza grandi invenzioni, ma la piccola scena della Salle Favart non è quella di Palais Garnier e obbliga a qualche economia nei movimenti e nelle scelte scenografiche dello stesso Bobée con Aurélie Lemaignen. La scena fissa con fondale e quinte mobili si presta a descrivere i numerosi ambienti tutti in nero, come nere sono le proiezioni di José Gherrak e i costumi di gusto sado-medioevale di Alain Blanchot (uniche eccezioni il bianco ospedaliero della suora e il blu elettrico dei due freschi sposi paesani Anna e Fritz). 

L’interesse comunque di questo recupero è soprattutto sul piano musicale, che vanta non pochi punti di forza a cominciare dal protagonista Rodolphe di Michael Spyres, autentico architrave drammatico e musicale del lavoro. Non è un talento della recitazione forse, ma il trentottenne tenore americano ha la voce perfetta per incarnare il “fort ténor” alla francese, come già avevamo notato nella sua recente prova nell’Africaine: un timbro dal bel colore brunito, quasi baritonale, squillo luminoso e grande varietà nel fraseggio, oltre a una resistenza notevole, fondamentale per attraversare senza problemi i cinque atti. Le sue controparti femminili, Vannina Santoni (Agnès) e soprattutto Marion Lebègue (la Nonne), reggono piuttosto male il confronto, ma servono comunque dignitosamente i rispettivi ruoli. Molto riuscita, invece, la prova “en travesti” della spumeggiante Jodie Devos (Arthur, il paggio). Nel comparto maschile, Jérôme Boutillier è un Luddorf granitico ma all’apparenza senza grandi tormenti interiori, Luc Bertin-Hugault è un barone di Moldaw discreto e funzionale, mentre Jean Teitgen è un eremita con scarso carisma nonostante una certa foga. Non si spaventa davanti all’effetto Laurence Equilbey alla guida dell’Insula Orchestra, ensemble storicamente informato da lei fondato: la sua direzione ha un passo spedito ed energico, ma è anche capace di attenzione alla cura del dettaglio solistico. Di rilievo anche la prova del coro accentus, altra creatura della Equilbey, istruito per l’occasione da Christian Grapperon. Applausi davvero calorosi a tutti (ma soprattutto al protagonista assoluto Spyres) a sottolineare il grande successo del recupero. 

 

Molti applausi anche per gli esotismi del concerto “Rêves d’Orient” alla Philharmonie de Paris, anche nel pacchetto del Festival Bru-Zane à Paris. Nessuna traccia di Gounod in questo caso, ma i grandi della generazione successiva ci sono tutti, perché nessuno è stato davvero immune dalla moda dell’esotismo del primo Novecento, il secolo dei grandi viaggi alla portata di tutti. La galleria di pezzi si apre con le variazioni sinfoniche di Istar di Vincent d’Indy, in cui l’esotismo resta sostanzialmente limitato al soggetto più che alla musica ben allineata alla tradizione post-romantica francese. Si prosegue con le sontuose volute armoniche del trittico Shéhérazade di Maurice Ravel con la voce di Measha Brueggergosman a intonare i versi intrisi di immagini di un Oriente immaginato di Tristan Klingsor, per concludere la prima parte con i colti esotismi musicali di ascendenza indiana della Suite n. 2 di Padmâvâti di Albert Roussel. Le autentiche rarità arrivano nella seconda parte, che si apre con la “leggenda danzata” di Khamma, commissionata dalla coreografa e danzatrice canadese Maud Allan a uno svogliato Claude Debussy, che accetta solo per soldi ma delega l’orchestrazione marcatamente “debussiana”, ma assai poco egiziana a dispetto del soggetto, a Charles Koechlin. Gran finale con la Seconda suite dalle musiche di scena “cinematografiche” composte da Florent Schmitt per uno shakesperiano Antoine et Cléopatre tradotto da André Gide per Ida Rubistein. Programma molto accattivante eseguito da una scintillante Orchestre de Paris in gran spolvero guidata con competenza da Fabien Gabel. Per accentuare il carattere esotico, al pubblico già molto numeroso nei vari settori canonici della Sala Grande della Philharmonie, è stato aggiunto un parterre con “placement libre” su tappeti persiani davanti all’orchestra. 

 

Concerto a parte, la Philhamonie ha proposto anche due stimolanti “mezzè” di contorno. Il concerto da camera “Orientalismes” con composizioni da camera, di gusto marcatamente francese e poco orientale, di Jean Cras, Albert Roussel e Marcel Tournier proposte da strumentisti dell’Orchestra de Paris in un insolito e brillante quintetto con il flauto di Bastien Pelat, il violino di Cécile Gouiran, la viola di David Gaillard, il violoncello di Frédéric Peyrat e l’arpa di Coline Jaget. E una sequenza di favole orientali raccontate con gusto di altri tempi da Halima Hamdanemescolando il francese all’arabo dei propri ricordi infantili. 

 

 

 

 

 

 

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