Splendida Perséphone, discutibile Roméo et Juliette al Maggio

Il concerto di Daniele Gatti e un nuovo allestimento del Roméo et Juliette di Gounod con Juan Diego Florez magnifico protagonista per il Maggio Musicale Fiorentino 

 Roméo et Juliette (Foto Michele Monasta)
Roméo et Juliette (Foto Michele Monasta)
Recensione
classica
Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Roméo et Juliette
27 Aprile 2022 - 05 Maggio 2022

Al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, dopo l’apertura anticipata dell’Orfeo francese di Gluck del 12 aprile, di cui abbiamo riferito, l’edizione 2022 del Maggio Musicale Fiorentino entra nel vivo con l’ottimo concerto diretto da Daniele Gatti il 26  aprile, e con Roméo et Juliette il giorno dopo. Seguono altri concerti e poi le Nozze di Figaro al teatro della Pergola per il trentennale della celebre e bellissima regìa di Jonathan Miller ripresa da Georg Rootering, e avrebbe dovuto essere sul podio, come allora, Zubin Mehta, che però ha subito un’operazione, e pertanto dirigerà Theodor Guschlbauer.

   Del concerto di Gatti, vogliamo ricordare l’ottima realizzazione di una partitura stravinskijana di rara esecuzione, Perséphone su testo di André Gide, orchestra, coro, due voci, l’intensa recitante Sylvie Roher e il tenore Bernard Richter, con accuratissima e perfetta definizione di uno Stravinskij che sta tra gli arcaismi dell’Oedipur Rex - che Gatti proporrà più avanti in questo Maggio - e il rigore aristocratico dell’Apollon Musagete. Il successo, per gli esecutori e in particolare per Gatti,  è stato nettissimo, quasi sorprendente se si pensa alla proposta, non certo popolare.

   Fra Covid o post-Covid che dir si voglia, assunzione di un nuovo direttore principale, appunto Gatti, chiusura della sala grande principale e tutto spostato in Sala Mehta (il che pone qualche problema per le opere), questo del 2022 è un festival di difficile gestione, tenuto più o meno insieme dal tema universale dell’amore. E quindi ci sta dentro, come no, anche il  Roméo et Juliette di Gounod, che ha segnato il ritorno a Firenze di Juan Diego Florez dopo un lontanissimo Comte Ory alla Pergola, e che è stato il trionfatore della serata, e giustamente: la sorvegliata ma profonda espressione del lirismo amoroso che gli è propria in tanti ruoli ha avuto in questo caso  un rincalzo di forza drammatica e di potenza vocale, tra momenti squisiti come Ah, lève-toi soleil e momenti come il tragico finale del terzo atto, con la condanna di Romeo all’esilio. Meno convincente la Juliette di Valentina Nafornita, che, come nel Così fan tutte di qualche mese fa, è apparsa graziosa vocalmente e scenicamente ma come, per dir così, assorta in queste grazie, raramente intensa e pregnante. Molto buono comunque il cast in cui segnaliamo almeno l’ottima prestazione di Tybalt e Mercutio, Giorgio Misseri e Alessio Arduini, e il seducente cameo del paggio Stéphano en travesti, Vasilisa Berzhanskaya. Dirigeva con on scioltezza e calore Henrik Nánási.

   Se il risultato musicale era complessivamente soddisfacente e illuminato da Juan Diego Florez, lo stesso non si può dire della messinscena, per cui il teatro aveva puntato sullo stesso team dell’Adriana Lecouvreur di un anno fa, regìa, scene, costumi e coreografia (Frederic Wake-Walker, Polina Liefers, Julia Katharina Berndt, Anna Olkhovaya), ma con esito molto più infelice. La scena era risolta dalle solite impalcature semoventi oramai di prammatica in questo teatro, lo stesso per palazzo, interni, cripta e così via. Alcuni tagli, per ridurre ad un’esecuzione in due parti i cinque atti dell’opera, rendevano meno leggibile il tutto. Incomprensibile la scelta di far contornare pressoché sempre l’azione da danzatori-figuranti-manovratori di scene, che peraltro come danzatori non erano impegnati al meglio (pensiamo alla Danse Bohèmienne che farebbe da preludio alla festa delle nozze con Paride), vestiti da scheletrini, ossia calzamaglia nera e strisce bianche, una mise che al pubblico più agé, compreso chi scrive, evocava più che altro un non dimenticato eroe dei fumetti della nostra infanzia, Kriminal (assai belli invece certi costumi maschili). Tutto ciò ha provocato i non pochi dissensi che il pubblico ha espresso alla fine e che hanno bilanciato il trionfo del protagonista e in generale il successo di tutti gli esecutori. Capiamo peraltro la difficoltà di un regista nel tentare di proporre una lettura propria e originale al di fuori di una messinscena tradizionale: questo nuovo ascolto di Roméo et Juliette dopo alquanti anni (l’ultima volta al Verdi di Pisa nel 2010) ci conferma che il trio Barbier-Carré-Gounod – peraltro lo stesso del ben più riuscito Faust - non fu all’altezza di tanta materia, e che Shakespeare è meglio lasciarlo stare, a meno che si sia un compositore del rango e della forza di un Verdi, che peraltro su Gounod si era espresso chiaramente:  “Gounod è un gran musicista, ma non è artista di fibra drammatica”.

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