Sant'Anna Arresi 2 | Rubatong, Von Schlippenbach, Burk...

Seconda puntata dal festival sardo, nel segno della solidarietà

Recensione
jazz
La serata del 4 settembre si apre alla solidarietà. Ai confini tra Sardegna e Jazz aderisce alla campagna di raccolta fondi “Il jazz italiano per Amatrice”, che prevede anche un collegamento con L’Aquila durante il concerto. Ma qui a Sant’Anna Arresi la solidarietà è di casa: l’Associazione Culturale Punta Giara ospita per tutta la durata del festival un gruppo di migranti africani sbarcati sulle coste sarde. Musica e accoglienza, un grande esempio da esportare.

Sul palco apre il quartetto olandese Rubatong con Zappa’s Umbrella, che ci rapisce subito con ambientazioni dure, urbane, radicali, ritmi serrati. Un ribollire saturo sul quale la voce di Han Buhrs, tagliente, sporca – ma anche fascinosa e ammaliante – ci racconta storie, personaggi con un carisma inarrivabile, soluzioni avventurose, spruzzi gutturali. La costruzione del concerto si muove tra continui cambi di scena sonora, dalla forma canzone intima alla performance spregiudicata dal sapore acre del punk, evidenti tracce blues, del profondo sud, che trasmigrano nella chitarra di Renè van Barneveld in un rock pulsante mai patinato ma zeppo di stimoli e tentazioni contemporanee. Il basso di Luc Ex distribuisce un substrato ritmico elastico, molto energetico che mantiene sospesa la musica affiancato efficacemente dal vibrafono e le percussioni di Tatiana Koleva.



Gli artisti olandesi lasciano sul palco una coinvolgente atmosfera che l’ottetto di Andrea Massaria, nel secondo set, intercetta e rilancia alla grande. Zappa Speach Project si ispira a tracce di interviste del “matto di Baltimora”, usate come spunti per la costruzione di quadri densi e frastagliati. Prosodia nella quale le parole di Zappa vagano come elementi sonori distorti e deformati dal live electronics di Walter Prati e Patrik Lechner, che catturano anche, in tempo reale, i suoni del gruppo elaborandoli per poi riproporli nella fitta trama collettiva. La scelta di Massaria di presentare due batterie molto propositive e scintillanti, quelle di Cristiano Calcagnile e Bruce Ditmas, evidenzia in modo netto l’aspetto ritmico che risulta centrale, decisivo rispetto agli equilibri dell’ensemble. Al loro fianco il vibrafono di Pasquale Mirra gioca con abilità e gusto creativo su due fronti: arricchisce quello percussivo ma si apre anche a disegnare panorami sognanti e astratti. Le pulsioni, gli strappi rock del basso di Danilo Gallo funzionano come rampe di lancio perfette per tutte le escursioni improvvisative del gruppo. Il pianoforte si contrappone con un ruolo, un linguaggio decisamente contemporaneo che Giovanni Mancuso interpreta con personalità, grappoli atonali, mani sulle corde, disseminati con rigore negli spazi aperti, nei pochi silenzi. Il leader si ritaglia uno spazio originale. La sua chitarra dal sound ovattato attraversa costantemente, graffia con trame accordali la superficie del magma strumentale, aggiungendo, se possibile, ulteriore spessore e profondità alla musica. Progetto complesso e rischioso, ma questo Zappa merita.

La quinta serata si apre con una notizia non buona, un’assenza. Il Trio LOK03 è orfano, causa una improvvisa indisposizione, di Aki Takase. Un vero peccato, ma Alex Von Schippenbach e DJ Illvibe non si scoraggiano e ci regalano un set di gran classe. Il tema è il viaggio, il viaggio in treno. Il rigore, l’eleganza del tocco, la profondità del linguaggio del pianoforte di Von Schippenbach sono sempre quelli, mai uguali a se stessi sempre freschi e sorprendenti. Apre con ambientazioni weberniane, pochi tocchi, silenzi, nel finale incursioni nell’universo monkiano. Una musica prosciugata, ma ricchissima di sfumature, sottintesi, cose non dette che disegnano un’atmosfera magica. I piatti, i vinili di DJ Illvibe mettono in circolo altrettante magie. Strepitosa la sua performance. Una capacità incredibile di estrapolare, suoni, voci, rumori, di elaborarli come elementi vitali di un tessuto sonoro, come uno strumento unico e sempre coerente con la tastiera, in un continuo interscambio di stimoli e idee. Un viaggio bellissimo.

Avremmo voluto viaggiare bene anche nel secondo set. Così non è stato. Il progetto Solar Sound del pianista Greg Burk con ospite la cornetta di Rob Mazurek, Marc Abrams al contrabbasso e Enzo Carpentieri alla batteria, si è rilevato deludente rispetto alle aspettative. Una musica confusa che non è mai decollata dove l’alternanza del leader tra tastiera e moog non produce spunti di grande interesse. Peccato perché Mazurek è in gran forma, quasi classicheggiante, e regala come sempre fraseggi molto affascinanti. Anche l’idea del digital painter Michele Sambin, che commenta graficamente in diretta la musica sullo sfondo, dietro i musicisti, non regala quel tocco di ulteriore coinvolgimento.

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