Ritratto di città

Alla scoperta dell'incredibile vita berlinese di Mark Reeder al SeeYouSound Festival

Recensione
pop
Ancora non sappiamo se l’aggettivo “petaloso” sopravviverà al buzz di questi giorni. Un altro aggettivo, invece, fiorisce da anni ogni comunicato stampa, ogni articolo di rivista o web, ogni gallery fotografica che ambisca a intrigare il pubblico più radical chic: “berlinese” .

Oggi tutto può essere “berlinese”, e Torino – dove vivo – è probabilmente il posto più “berlinese” in Italia, pieno di loft “berlinesi”, di artisti “berlinesi”, di elettronica “berlinese”, di capannoni in rovina che fanno molto Berlino. Barriera di Milano come Kreuzberg? Il grattacielo Sanpaolo come la Fernsehturm? Lo scopriremo solo vivendo.

Pensavo all’aggettivo “berlinese” lo scorso weekend alla prima di SeeYouSound, festival di cinema musicale “inventato” l’anno passato da alcuni volenterosi operatori culturali (di Maurizio Pisani la direzione, di Juanita Apraez Murillo la direzione artistica) e esploso in questa seconda edizione grazie a un programma notevolissimo, al passaparola e a una fortunata campagna di crowdfunding – e nonostante lo zero di contributi pubblici a bilancio.

L’inaugurazione era affidata a B-Movie: Lust & Sound in West-Berlin 1979-1989, dei tre registi Jörg A. Hoppe, Heiko Lange e Klaus Maeck. Un film straordinario, dedicato alla vita (altrettanto straordinaria) di Mark Reeder, da lui stesso narrata. A molti il nome di Reeder non dirà molto: anche a me, lo confesso, non ispirava particolari sentimenti. Fra le cose per cui molti siti lo ricordano c’è la fondazione dell’etichetta MFS – Masterminded for Success, che lanciò molti artisti della prima techno e della trance. Sarebbe già abbastanza, naturalmente: se non che questo episodio è in realtà la fine di B-Movie. Prima, nel decennio precedente, le molteplici doti di Reeder possono riassumersi in una sola: esserci stato. E aver filmato su Super-8, sembrerebbe, praticamente tutto (per il resto, c’è Wikipedia)



Nato a Manchester, Reeder lavora in un negozio di dischi, dove conosce praticamente tutti i musicisti attivi nella città inglese in quel momento (siamo a Manchester. Alla fine degli anni settanta…). Suona nei Frantic Elevators, prima band di Mick Hucknall (poi Simply Red). A un certo punto, ispirato dalla musica dei corrieri cosmici tedeschi, decide di trasferirsi a Berlino Ovest, da dove Bowie se ne è andato da poco. Fra case occupate, feste, happening, concerti legali e meno legali, Reeder filma un’infinità di personaggi. C’è un Blixa Bargeld quasi post-adolescenziale che fa performance con un piano giocattolo.



C’è Nick Cave che mostra la sua collezione di riproduzioni di dipinti del Gotico tedesco, appesi al muro della sua spartana cameretta (e la sua pistola!). C’è Gudrun Gut con le sue Malaria!, per cui Reeder funge da manager per un certo periodo. C’è Christiane F. post-Zoo di Berlino. Ci sono i Joy Division e poi i New Order, per cui Reeder organizza i concerti berlinesi. Passano, davanti all’obiettivo, invitati quasi casuali della grande festa mobile di Berlino in quegli anni, Keith Haring, Tilda Swinton, Eric Burdon, Zazie de Paris… oltre a moltissime band e artisti berlinesi, da Nena (ricordate “99 Luftballons”?) in giù.

Il tutto è narrato dalla voce off del Reeder di oggi: un distinto signore molto British, che sembra aver oggi abbandonato la sua passione per le divise militari tedesche (con cui compare sempre nei filmati del suo archivio). Il film, si è detto, è incredibile e merita di essere visto tanto come documento di un periodo irripetibile della cultura del Novecento, quanto come opera narrativa, mirabolante romanzo di una città, che finì – paradossalmente – con la sua “liberazione”. Fra un Blixa Bargeld che afferma di non essere mai andato dall’altra parte del muro perché “ci vuole troppo tempo” – tre giorni per avere un permesso – e non sa “cosa farà fra tre giorni”, e soprattutto perché gli piace “vivere in una città di cui non ha mai visto l’altra metà”, si insinua poco a poco una consapevolezza. Che viene anche esplicitata, a un certo punto: il muro è “l’assicurazione sulla vita” di Berlino Ovest. Senza di esso, tutto crolla, e Berlino ritorna alla normalità di città come molte altre.

La Berlino di Reeder è molto poco “berlinese”, nel significato che il termine ha oggi per molti manager della cultura. È una città che il Super-8 ci mostra impietosamente lurida, sozza, difficile, piena di freak, di fattoni, di squatter e di polizia che li mena. Eppure (o più probabilmente per questo) incredibilmente viva, pulsante di idee e di musica pazzesca, davvero una selvaggia parata di “geniali dilettanti”.

Può essere surreale, in un tempo in cui tutti filmano tutto, stupirsi della quantità di materiale raccolto da Reeder. C’è da essergli grati, a lui e a SeeYouSound che lo ha portato in Italia. Torino non è Berlino (e va bene così), e sicuramente non è la Berlino degli anni ottanta, ma iniziative come questa la rendono sicuramente migliore. Titoli di coda:

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