Ridere con Rossini

Cronache dal Rof di Pesaro

Recensione
classica
Ogni anno, in pieno svolgimento del festival, il Rof comunica il programma di massima dell'edizione successiva, ma questa volta è successo che due su tre delle opere annunciate sono state cambiate. Non era mai accaduto prima. La causa? Probabilmente ha pesato la riduzione dei contributi pubblici e privati, che, anno dopo anno, ha dimezzato il budget del festival. Forse c'entra anche il momento di transizione della direzione artistica, infatti Alberto Zedda, ottantasettenne ma ancora in gran forma, saluta il Rof dopo tredici anni e lascia le consegne al sessantanovenne Ernesto Palacio, che forse qualcuno ricorda come buon tenore rossiniano e che poi, fino a questa nomina, è stato il rappresentante di noti artisti, tra cui Juan Diego Florez. Come che sia, è andata a finire che quest'anno non era in programma nessuna opera seria (l'annunciata Donna del lago con regia di Michieletto è slittata al 2016) e quindi tutti e tre i titoli in programma appartenevano al genere comico. Ma non per questo è stata un'edizione in tono minore. Tra l'altro, per la prima volta il festival metteva a raffronto le tre diverse tipologie di opera comica con cui Rossini si è cimentato: l'opera semiseria (La gazza ladra), l'opera buffa (La gazzetta) e la farsa giocosa (L'inganno felice).

Per l'inaugurazione è stato riproposto l'allestimento del 2007 della Gazza ladra, che fu il primo importante impegno operistico di Damiano Michieletto e vinse il Premio Abbiati, probabilmente perché aveva alcuni elementi di novità che ora hanno inevitabilmente perso un po' della loro freschezza. Un'idea ancora oggi deliziosa è fare del volatile del titolo un personaggio in carne e ossa, affidato alla bravissima mima Sandhya Nagaraja. È vestita come Pippi Calzelunghe e come lei è pestifera ma simpatica, per esempio slaccia di nascosto i pantaloni a Pippo, lasciandolo improvvisamente in mutande: un modo originale ed acuto per sottolineare un momento in cui il tono dell'opera passa dal semiserio al comico caricato. Insomma, questa gazza ne combina di tutti i colori, però alla fine, quando si rende conto di quel che ha provocato rubando la posata d'argento, vorrebbe in tutti i modi rimediare e salvare Ninetta, si pente, si dispera, ma non può farci niente, è solo una gazza, nessuno le fa caso: va a finire che l'attenzione e la compassione dello spettatore vanno più a lei che a Ninetta stessa, anche perché Michieletto abbonda in controscene non indispensabili ma lascia a lungo Ninetta - e gli altri protagonisti, con poche eccezioni - quasi immobile o impegnata in una recitazione generica. Una parte di responsabilità l'ha anche Nino Machaidze, che non coglie l'umanità semplice e commovente di Ninetta e tende a farne quasi un'eroina da opera seria, sfoggiando una tecnica virtuosistica che qui è fuori luogo. Anche altri personaggi non sono messi bene a fuoco dalla regia, senza che in tali casi si possa dare alcuna colpa agli interpreti. Le eccezioni cui si è accennato sopra sono il Podestà (l'interessante basso croato Marko Mimica) e soprattutto Fernando (Alex Esposito), di cui Michieletto evidenzia il carattere ribelle e infiammabile e l'intolleranza alle ingiustizie e alle prepotenze, facendone quasi un sanculotto in ritardo o un anarchico in anticipo, pronto ad uccidere il Podestà con la pistola, se non fosse fermato in tempo. Esposito si adegua perfettamente all'impostazione del regista, a costo di andare un po' fuori stile, ed è il più applaudito, perché il pubblico ha riconosciuto nel suo Fernando un personaggio vero, a petto degli altri che tendevano a scivolare in una generica tipizzazione. Non si può disconoscere la grande esperienza rossiniana di Donato Renzetti, avvertibile in molti particolari, ma al direttore abruzzese non riesce di trovare il bandolo della matassa del genere semiserio. Tempi lenti e sonorità pesanti mettono in secondo piano i momenti comici e non giovano nemmeno ai momenti seri: per esempio, la marcia funebre che inquadra il coro "Infelice sventurata" è eseguita in modo così roboante da sembrare la retorica celebrazione di un generale morto in battaglia, perdendo la sua semplice ma profonda tragicità.

Il giorno dopo si entra nel Teatro Rossini senza molte aspettative, perché La Gazzetta è una delle poche opere mal riuscite di Rossini... così almeno si pensava, ma ora si sa che non è affatto vero. Quest'opera buffa, l'unica scritta da Rossini per Napoli, la culla di tale genere musicale, è una rivelazione: mai sottovalutare Rossini! Cronologicamente collocata tra le "romane" Barbiere di Siviglia e Cenerentola, non ha le loro fonti letterarie nobili e le loro strutture musicali complesse, ma è uno schietto ritorno alle origini della commedeja pe' museca, mira a divertire senza andare troppo per il sottile e ci riesce benissimo. Il libretto di Giuseppe Palomba, che da una parte guarda alla commedia dell'arte e dall'altra a Totò e Peppino, è una geniale stupidaggine e, senza lasciarsi frenare dal minimo scrupolo letterario, inanella una serie di situazioni e personaggi bislacchi ma originali o, quando non originali, cucinati con spezie diverse dal solito. Qui Rossini è veramente quel geniale buffone che ci veniva descritto in illo tempore e scrive una musica esilarante, un fuoco d'artificio continuo di trovate irresistibili messe in musica in modo divino. Ci sono molti autoimprestiti, ma questo era il suo modo abituale di procedere e non significa affatto che abbia preso quest'opera sottogamba, come dimostra anche la sinfonia d'apertura, una delle sue più belle, che poi riutilizzò per la Cenerentola senza cambiare una nota. Al Rof si era già vista la Gazzetta due volte con la regia di Dario Fo, in cui c'era molto più Fo che Rossini, tanto che la regia era piaciuta molto e l'opera poco. Invece Marco Carniti, pur trattando anch'egli con libertà il libretto, non tradisce Rossini e centra perfettamente lo spirito di quest'opera, incantando e divertendo il pubblico, che ride come raramente si sente in un teatro d'opera. Con poco riesce a fare una comicità scatenata ma intelligente, senza mai cadere e nemmeno sfiorare la volgarità. Enrique Mazzola dirige la Sinfonia senza andare per il sottile (e l'orchestra del Comunale di Bologna lo segue...) ma poi azzecca i tempi giusti, allegri e veloci ma non precipitosi. In scena agisce una compagnia di lusso per quella che fino a ieri era considerata un'operina. Un monumentale Nicola Alaimo riprende il personaggio che fu del mitico Casaccia e gli replica da pari a pari Vito Priante nei panni che furono di Felice Pellegrini. Hasmik Torosyan ha una voce cristallina, acuta e agile come un ottavino. Fa coppia con Maxim Mironov, un tenore leggero elegante vocalmente e scenicamente, l'unico cui è qui concessa un'aria con un'ombra di sentimentalismo.

La terza sera c'è l'Inganno felice nello stesso allestimento del 1994, l'unico anno in cui questa farsa è stata rappresentata al Rof. Graham Vick e il suo scenografo e costumista Richard Hudson l'hanno ambientata in una miniera, un luogo insolito per una farsa, ma è esattamente quel che vuole il libretto: questo è l'unico tocco di originalità che si permette Giuseppe Foppa, che ricicla stancamente una storia antica e aspira a un certo decoro letterario, con risultati modesti, insomma è una palla al piede per l'estro di Rossini (il contrario esatto del Palomba della Gazzetta). Non c'è spazio per il comico assoluto e l'assurdo è tutto nell'improbabilità della vicenda, non nelle azioni meccaniche e nei giochi verbali in cui Rossini solitamente si scatena. L'interesse principale di questa farsa è la sua prossimità al genere semiserio, che si palesa nella grande aria cantata da Mariangela Sicilia, che convince pienamente nel suo debutto in un ruolo da protagonista al Rof, e nella bonomia di Tarabotto, caratterizzato benissimo da Carlo Lepore. Da sottolineare anche l'eccellente prova di Davide Luciano nella parte di Batone. Il giovane Denis Vlasenko è un raro caso di russo che si trova discretamente a suo agio in Rossini e l'Orchestra Sinfonica G. Rossini è molto cresciuta e non sfigura al confronto con quella di Bologna.

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