Quanta musica alla Biennale Danza

Pianoforti, trombe e vecchi vinili in scena per l'ultima Biennale curata dalla coreografa canadese Marie Chouinard

Lisbeth Gruwez (foto di Andrea Avezzù) Biennale Musica
Lisbeth Gruwez (foto di Andrea Avezzù)
Recensione
classica
Venezia, Arsenale
Biennale Danza 2020
13 Ottobre 2020 - 25 Ottobre 2020

Quanta musica nella Biennale Danza 2020! Può sembrare un’affermazione ovvia, dal momento che la componente musicale è quasi sempre elemento importante in ambito coreutico, ma non c’è dubbio che in questa edizione del Festival, l’ultima curata dalla coreografa canadese Marie Chouinard (inevitabilmente assente), i temi e gli elementi legati alla musica abbiano avuto un ruolo centrale.

– Leggi anche: Biennale, una fabbrica di Leoni?

Molte le strategie di relazione tra la costruzione coreografica e gli elementi sonori: musica riprodotta, musica eseguita dal vivo come parte della performance, musica composta per l’occasione, musica di altri ripresa e omaggiata, a fornire un interessante ventaglio di opportunità.

Ci sono approcci che privilegiano la frammentarietà, come nei fulminanti e provocatori soli di La Ribot (meritato Leone d’Oro) in cui compaiono schegge di Satie e di Ruben Gonzalez, ma anche evidenti rimandi a Cage, oppure come nell’applauditissimo Graces di Silvia Gribaudi, in cui la musica elettronica e Vivaldi, lo schioccare delle dita o il cinetismo di Glenn Miller diventano funzionali a una ironica messa in discussione degli stessi meccanismi della danza e degli stereotipi della bellezza. 

C’è molto pianoforte, spesso anche in scena.
La performer belga Lisbeth Gruwez lo porta sul palco per Piano Works Debussy, indagando in modo intimo e libero il rapporto con alcuni capolavori del repertorio del compositore francese, eseguiti benissimo da una scintillante Claire Chevallier.

Lo porta sul palco Claudia Castellucci (Leone d’Argento), che – fedele alla propria poetica – ai danzatori chiede rigore e essenzialità, limitando forse le potenzialità coloristiche degli estratti dal Catalogue d’Oiseaux di Messiaen che escono dalle dita di Matteo Ramon Arevalos.

Castellucci (foto di Andrea Avezzù)
Catalogue d’Oiseaux di Claudia Castellucci (foto di Andrea Avezzù)

Lo porta sul palco Noé Soulier, che oltre che eccellente coreografo e teorico, è anche ottimo musicista: il suo Portrait De Frédéric Tavernini è non solo un magnifico ritratto in cui il danzatore può raccontare se stesso attraverso la memoria dei gesti i segni del corpo, ma in cui Soulier evoca Stravinskij e Hindemith, riprende Čaikovsky insieme alla partitura eccentrica di Matteo Fargion.

Soulier Biennale Danza (foto di Andrea Avezzù)
Noé Soulier (foto di Andrea Avezzù)

Per Les Vagues, sempre Soulier fa muovere i fantastici interpreti in flussi di movimenti contrappuntati dalle percussioni – posizionate a lato della scena – di due componenti dell’Ensemble Ictus (nome legato a Anne-Teresa De Keersmaeker): svincolati dall’obbligo di una pulsazione, i suoni delle percussioni ritrovano quasi paradossalmente nella asciutta matericità una natura ritmica nella cui astrazione si specchiano frammenti di memoria gestuale. 

Alle percussioni di Gianni Maestrucci, anch’esso a lato della scena, ma ben visibile nella teatralità dei suoi gesti, si affida invece Claudia Catarzi, che in Posare in tempo stabilisce con Claudia Caldarano una lunga serie di architetture fisiche, di connessioni e linee dal forte impatto plastico, anche se forse non sempre convincente dal punto di vista drammaturgico.

Claudia Catarzi Biennale musica (foto di Andrea Avezzù)
Claudia Catarzi Biennale musica (foto di Andrea Avezzù)

Tra i coreografi italiani, oltre alla vertiginosa partitura di frasi (in tante lingue) che Marco D’Agostin e Teresa Silva cercano di salvare per i posteri dall’ambientazione post-catastrofe di Avalanche (lavoro davvero eccellente), non si può non segnalare l’originale approccio sonoro di Chiara Bersani, che in Gentle Unicorn conclude il suo faticoso e emozionalmente densissimo peregrinare sullo spazio scenico verso una tromba, unico oggetto scenico che viene poi suonato dalla performer in un dialogo lacerato e sorprendente con gli echi di altri quattro strumenti a fiato, dislocati fuori dalla vista, ma progressivamente indispensabili al respiro del lavoro. 

Gentle Unicorn di Chiara Bersani (foto di Andrea Avezzù)
Gentle Unicorn di Chiara Bersani (foto di Andrea Avezzù)

Un discorso a parte lo merita l’altro lavoro portato a Venezia da Lisbeth Gruwez, Dances Bob Dylan. Sola, senza necessità di rifiniture, quasi nell’informalità della propria stanza, la Gruwez si abbandona a quello che alcuni splendidi brani del cantautore americano le ispirano e il lavoro funziona perché le canzoni non sono diffuse dalla regia, ma vengono suonate direttamente sul palco dalla collezione di dischi del partner Maarten Van Cauwenberghe.

I due giradischi, con la birra in mezzo ai vinili, il gesto di posizionare ogni volta il braccetto, la loro forte iconicità, contribuiscono a una performatività intima e coinvolgente, che culmina con la Gruwez che, illuminata solo da un faro portato a mano da Van Cauwenberghe, commuove sulla meravigliosa “Sad Eyed Lady of the Lowlands”. 

Lisbeth Gruwez (foto di Andrea Avezzù)
Lisbeth Gruwez, Dances with Bob Dylan (foto di Andrea Avezzù)

Festival che ha avuto la sorte di concludersi – in una situazione di eccellente sicurezza e professionalità gestionale pur nella difficoltà del momento – proprio appena prima della nuova chiusura, questo di Danza 2020 della Biennale ha raccontato in modo esemplare, forse non necessariamente voluto, le tante declinazioni possibili dei rapporti con la musica e le sue potenzialità performative.  

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