Parsifal a Salisburgo

Parsifal a Salisburgo divide e fa discutere, ottima prova di Claudio Abbado, sonore contestazioni al regista Peter Stein

Recensione
classica
Osterfestspiele Salzburg Salisburgo
Richard Wagner
23 Marzo 2002
Rinnovato nel cast, rispetto all'esecuzione in forma di concerto a Berlino lo scorso novembre, il Parsifal diretto da Claudio Abbado ha aperto il Festival di Pasqua 2002 di Salisburgo. Identiche le quattro gigantesche campane semisferiche, di foggia orientale, fuse appositamente per questa edizione dell'opera wagneriana, oggetti musicali di grande presenza qui posti sulla passerella sinistra del palcoscenico sopra la buca. Identica, se non migliorata, la lucidità interpretativa del Maestro che ha dato maestose sonorità ai rituali esoterici, inedite tensioni ai momenti narrativi, ma ha saputo anche far levitare dolcezze e abbandoni, che gli erano sconosciuti nell'esecuzione di Tristano tre anni orsono. Anche per lui è valsa la compassione, che anima la parabola di Parsifal. I colori scuri e i contorni netti dei Berliner hanno avuto buon gioco nell'assecondarlo. Fra gli interpreti, tutti di buon livello, hanno particolarmente convinto la composta passionalità Violeta Urmana (Kundry), Hans Tschammer (Gurnemanz) che ha ben retto in confronto con Kurt Moll nello stesso ruolo a Berlino, Eike Wilm Schulte (Klingsor) che ha sottolineato nel negromante eunuco le parentele con Alberich, megalomane e fanfarone. Buono l'Anfortas di Albert Dohmen, leggermente discontinuo Thomas Moser nel ruolo del protagonista. Non poche perplessità le ha create invece la regia di Peter Stein, complici le scene di Gianni Dessi. La prima parte del primo atto è d'indubbia bellezza, un lago fra i boschi cangiante di colore, dalle brume nordiche all'argento, all'oro. Il cigno trafitto piomba in diagonale in modo goffamente realistico, ma pazienza, vien presto portato via in barella. La sala del Graal, invasa da incensi veri, sprigionati da turiboli (il profumo invade la platea) è chiusa in due pareti concave, con tre file di celle dove sono collocati cori e cavalieri, alla fine inodate da luci verde pisello. Al centro un'apertura che ha la forma del Graal, in mezzo alla scena un lungo altare dove si consuma il miracolo con grandi effetti rosso sangue. Il castello di Klingsor nel secondo atto è una lunga scalinata posta di traverso con cielo blu e in basso un'antenna parabolica rotante, televisiva o da radar: citazione in chiave tecnologica della colonna di specchi che, nel testo di von Eschenbach, permette al mago di vedere a sei miglia di distanza. Il giardino incantato è rappresentato da una siepe a labirinto, sulla quale però le Fanciulle Fiore, con improprie coreografie e abiti pastello da musical, possono sedere e camminare. Macchinoso, falsamente realistico e mal riuscito il meccanismo della lancia: Klingsor ha difficoltà ad agganciarla al filo, che brilla inutilizzato da un'ora, e rimbalza urtando la tacca che dovrebbe arrestarla sulla testa di Parsifal. La chiusura dell'atto è ancora più disperante. Al segno tracciato in aria con la lancia, scende una croce rotante al neon, con i bracci che si accendono a intermittenza, mentre cadono dal cielo le foglie morte del regno del mago. L'ultimo atto riserva fortunatamente meno sorprese. Una landa deserta che man mano acquista i colori della primavera, mentre nel finale, dopo che anche la sacra lancia ha avuto una sua lucina, il fondale si accende di un bianco accecante. Qualche istante di silenzio a chiusura del sipario, rosso e squarciato da una stella-croce bianca, poi molti applausi per Abbado e cantanti. Sonori, ma forse eccessivi, buu per Stein.

Interpreti: Dohmen, Hollop, Moser, Schulte, Urmana, Supper, Stein, Buffle, Zehnder, Hoppe, Süss, Zhidkova

Regia: Peter Stein

Scene: Gianni Dessi

Costumi: Anne Marie Heinreich

Orchestra: Berliner Philharmonic

Direttore: Claudio Abbado

Coro: Schwedischer Rundfunkchor, Eric Ericson Kammerchor

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