Padova, jazz a fisarmonica

Il festival euganeo come contenitore di diverse idee di jazz

Recensione
jazz
Padova Jazz Festival Con il repertorio “Monk and Roll”, il quartetto Tinissima, guidato da Francesco Bearzatti, già protagonista a Padova tre anni fa, ha offerto la miglior sintesi di un festival ricco e composito: la categoria “jazz” come contenitore a fisarmonica capace di accostare gli accenti reggae di “Walkin’ on the moon” con le armonie e la melodia di “Round midnight”, o “Walk this way” con “Straight no chaser”, il potente e versatile basso elettrico di Danilo Gallo, con i fiati in piena di Bearzatti e Falzone. Mancava all’appello il batterista Zeno De Rossi, ed eccolo sostituito da un impareggiabile Antonio Fusco, a suo agio non solo negli arrangiamenti, ma anche nel dialogare e rilanciare l’azione dei compagni. In modo simile, il festival diretto da Gabriella Piccolo Casiraghi ha dimostrato la maggiore età dei suoi diciott’anni sapendo collegare spazi e opportunità anche molto diverse offerte dalla città veneta (e dintorni).

Tre le mostre fotografiche: al ristorante Maxim le “Radici” con cui Alessandra Freguja riporta il jazz in Africa; “AM jazz”, gli scatti di Adriana Mateo attraverso tre generazioni di musicisti americani nelle Scuderie di Palazzo Moroni (il municipio padovano) e raccolte in bel catalogo in bianco e nero;“Null” di Lorenzo Scaldaferro, l’attenzione per i soggetti all’interno di “spazi assenti”, allestita nella sala bar dell’hotel Plaza.

Proprio l’hotel Plaza ha fatto da home-base al festival con dodici concerti, sempre gremiti, in sei giorni (9-14 novembre). Ha aperto le danze il solido hard-bop del quartetto europeo del sassofonista Wayne Escoffery, particolarmente a suo agio fra gli standard offerti da giganti quali George Russell, John Coltrane, il Joe Henderson di “Page One”, il Freddie Hubbard di “Skydive”. E se spunta Billy Strayhorn, non può che offrire, “Chelsea Bridge”, primi anni quaranta e ottimo ponte fra i registri di Henderson e uno spazio maggiormente intimo che richiama Ben Webster, perfettamente assecondato dal piano di Xavier Davis e dai ritmi offerti da Joris Dudli alla batteria e Lorenzo Conte al contrabbasso. Due intensi set, come per tutte le band alternatesi al Plaza.

È a questa atmosfera più nitida e rilassata che si rifà il trio del contrabbassista Gautier Laurent, con Laurent Muller al sax tenore e Frank Agulhon alla batteria, giunti da Nancy a celebrare il gemellaggio fra questo comune francese e Padova con una manciata di composizioni “cool”, da “Esperança” di Vince Mendoza a “Slam” di Jim Hall, passando per “Sunday di Tom Harell e per “Country” di Keith Jarrett. Primo piano per l’ampio spettro delle musiche afroamericane con la voce di Ty LeBlanc, magistralmente assecondata dal contrabbasso di Alvise Seggi e dal pianoforte di Michele Bonivento. Per il terzo anno consecutivo, con sei concerti in tre serate, la parte del leone l’ha fatta il proprietario del newyorkese Smalls, il pianista Spike Wilner in trio con Tyler Mitchell al contrabbasso e Anthony Pinciotti alla batteria: sorta di cavalcata all’insegna di Zelig fra le migliori pagine del songbook jazzistico, ospitando anche i sax di Bearzatti, Max Ionata e Michele Polga, e la batteria di Enzo Carpentieri. Hanno completato gli appuntamenti al Plaza due partecipate presentazioni pomeridiane di libri usciti di recente: Storie di Jazz di Enrico Bettinello con tre saggi su Dolphy, Mingus e Hill incastonati fra le biografie dei principali jazzisti dagli albori del jazz ai nostri giorni; e Gli standard del jazz, una guida al repertorio di Ted Gioia, presentati dal curatore dell’edizione italiana, Francesco Martinelli.

A partire dalla sua base nel centro di Padova, il festival è stato capace di tessere un’ampia rete di concerti, aperta il 25 ottobre al Molino Stucky di Venezia dal trio di Shai Maestro per proseguire il 6 novembre a Selvazzano con Joyce Elaine Yuille e al Dinner Music Club di Bassano con Chiara Pancaldi e Darryl Hall, con Luca Boscagin e Jason Rebello il 7, Roberto Gatto il 13, e con il gruppo di Roberto Righetto sabato 14. Molto nutrito anche il programma in vari spazi locali offerti da bar, ristoranti, negozi di strumenti e altri luoghi, con ottimi interpreti, dalla contrabassista Rosa Brunello alla cantante Alessia Obino.

Due i teatri dei concerti principali: Torresino e Verdi. Quest’ultimo è il teatro principale di Padova, sede storica del festival, e ha ospitato dal 12 al 14 novembre tre concerti molto diversi fra loro. Il quintetto del cantante Kurt Elling ha percorso, con piglio sicuro e deciso apprezzamento di pubblico, le canzoni di Passion World, fra uno sguardo a Sinatra e uno ai compositori contemporanei, da Carla Bley a Joe Zawinul.

Il 14, il bassista e compositore Ameen Saleem ha condotto il Groove Lab, un affiatato sestetto che pratica una fusion orecchiabile e ottimi spunti solisti soprattutto quando ad offrirli sono il leader e il pianoforte di David Bryant; in bella evidenza la voce di Mavis “Swan” Poole.



Di ritorno a Padova, il trio The Bad Plus ha lasciato alle spalle il repertorio di cover, attingendo con equilibrio alle proprie composizioni e mettendo in evidenza la propria capacità di essere gruppo, distribuendo fra i tre membri idee ritmiche e melodiche, così come spirito di iniziativa e capacità di leadership.





I momenti più intensi e creativi del festival li ha vissuti chi ha ascoltato i tre concerti al Torresino che, oltre all’ineguagliata energia del quartetto Tinissima, ha ospitato due formazioni in trio. Il chitarrista Bebo Ferra ha presentato il trio con cui ha registrato in studio a giugno: Nicola Angelucci, versatile batterista, sempre in reattivo ascolto, e Gianluca Di Ienno, questa volta con il solo organo Hammond, impeccabile per interplay, inventiva e anche come compositore, benché questo ruolo nel trio sia soprattutto quello di Ferra, sapientemente a cavallo fra melodie originali e tradizione, compreso un denso omaggio a Duke Ellington.

Pochi gli originali, con brillanti eccezioni come “Matti Pellompa”, ma acuta capacità di scegliere un repertorio nomade coinvolgente e sorprendente: sono molte le qualità del Trio campato in aria che vede insieme il violino di Daniele Richiedei, la fisarmonica di Vincenzo “Titti” Castrini e i tromboni di Mauro Ottolini. Niente sezione ritmica, apparentemente, ma ognuno va a svolgere questa funzione con misura e inventiva, con Richiedei che sa trasformare il proprio strumento in un batter d’occhio in una chitarra o in una conga. Il trio spazia da New Orleans ai Balcani sempre mantenendo la propria impronta felicemente sobria e dialogica: si spazia da “Open Sesame” a “Gipsy Blue” e “On the Sunny Side of the Street”, dal fado alle riletture di Kramer e Scattolini. Ad ogni brano si rinnova la magia della ricerca di un limite da slabbrare, ora ritmico, ora armonico, ora le due dimensioni insieme: note “campate in aria”, sempre ricondotte ad un arco narrativo che sprizza intelligenza e sensibilità.

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