Monteverdi canta l'umana fragilità a Palermo

Il Ritorno di Ulisse in patria al Teatro Massimo

Il Ritorno di Ulisse in patria (Foto Rosellina Garbo)
Il Ritorno di Ulisse in patria (Foto Rosellina Garbo)
Recensione
classica
Teatro Massimo di Palermo
Il Ritorno di Ulisse in patria 
07 Febbraio 2019 - 10 Febbraio 2019

Delle tre opere superstiti di Claudio Monteverdi, Il Ritorno di Ulisse in patria (1640) è la meno rappresentata e ogni occasione di vederla è preziosa. Ma la versione proposta al Massimo di Palermo dal 7 al 10 febbraio è diversa dalle ultime rimaste in memoria, per esempio quella di Gardiner a Venezia nel 2017 e soprattutto le versioni video. A Palermo è giunto dopo più di vent’anni lo spettacolo di Philippe Pierlot con la regia di William Kentridge che aveva raccolto ampi entusiasmi al Festival des Arts di Bruxelles nel 1998 e poi in tour in tutta Europa. Tante le diversità rispetto alle versioni più o meno integrali e fedeli: musicista e regista hanno ridotto l’opera quasi alla metà (140 minuti) tagliando personaggi, dialoghi, ritornelli e scene intere, non a caso ovviamente ma seguendo una precisa idea narrativa, basata sul primo personaggio allegorico del Prologo ad entrare in scena, la “Humana fragilità”, che è causata nell’uomo dal Tempo, mentre sul suo destino si scatenano poi gli effetti di Fortuna e Amore. Il disegnatore e regista sudafricano Kentridge non si basa sul mito omerico e tanto meno sull’ideologia libertina degli Incogniti: Ulisse è un corpo sottoposto a ispezioni mediche con varie tecniche, e mostra le sue pulsioni e la sua fragilità su uno schermo, che trasforma gli orrori degli organi malati in immagini di struggente bellezza. Gli interpreti cantano in abito moderno accompagnando i loro doppi, marionette in altezza naturale maneggiate con abilità dalla Handspring Puppet Company (non tutte le voci sono adeguate, specie nella pronuncia italiana: svettano quelle di Antonio Abate e di Hanna Bayodi-Hirt). Altra grande diversità di questa produzione è nella concertazione di Philippe PIerlot, che ha voluto solo sette esecutori, senza violini, fiati e soprattutto senza cembalo: arpa, tiorba, chitarra e quartetto di viole da gamba con lirone (rispettivamente Pessi, Zapico, Egüez, Boulanger, Zipperling, Colonna e lo stesso Pierlot). Non è mai esistita una compagine simile nei teatri veneziani del tempo di Monteverdi, ma le sonorità sono indubbiamente accattivanti, dolcissime a tratti, molto danzanti con la chitarra in altri. Il pubblico ha accolto con grande entusiasmo la produzione e ovviamente il ritorno di Monteverdi (dopo una memorabile edizione con Garrido nel 1998) confermando che quando un teatro italiano “rischia” con il barocco è premiato sempre. Il 10 febbraio i bambini palermitani hanno giocato a montare Il Ritorno di Ulisse in teatro. 

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