Mirra/Drake, patrimonio di umanità jazz

Non ha mai inciso un disco, ma il duo fra Pasquale Mirra e Hamid Drake è in grado di sgretolare in pochi secondi molte polverose convenzioni del "jazz"

Pasquale Mirra & Hamid Drake
Foto di Alessandra Freguja
Recensione
jazz
T-Fondaco di Venezia
Pasquale Mirra & Hamid Drake
25 Ottobre 2018

Esiste un duo che sfugge a ogni definizione. Esiste più o meno continuativamente da sette anni e non ha mai inciso un disco (prima o poi giurano di farlo, ma a questo punto perché non rimanere in questo “limbo”?). Ogni volta che suona è una magia che sgretola in pochi secondi molte convenzioni ormai polverose che il jazz, anche quello migliore, fatica a scrollarsi di dosso.

È il duo tra il vibrafonista Pasquale Mirra e il batterista Hamid Drake.

Il primo viene da Ravello, ma musicalmente è cresciuto a Bologna ed è da qualche anno uno dei musicisti più rilevanti del jazz italiano, non solo perché suona uno strumento classico, ma in fondo poco praticato, ma grazie anche a uno sguardo musicale globale e inclusivo.

Il secondo viene dalla Louisiana, è cresciuto nella fantastica scena di Chicago, in Italia abbiamo iniziato a conoscerlo con William Parker nei primissimi anni Duemila ma chiunque sia dotato di cuore, orecchie e bacino da muovere capisce in pochi secondi che è uno dei più straordinari batteristi del jazz contemporaneo.

Li dividono vent'anni (ma non lo direste mai), li dividono oltre settemila chilometri, ma difficile trovare due anime musicali gemelle come loro.

Ne ho avuto una prova ulteriore nel concerto tenuto al T-Fondaco di Venezia, nell’ambito del cartellone autunnale VenetoJazz, un rito di energia sonora che ha coinvolto tutti gli spettatori, dai ragazzini alle eleganti signore che muovevano la testa canuta tra le file.

Musica che nasce sul momento, da una fiducia reciproca totale, che esplora senza alcun disegno precostituito il flusso emozionale, coagulando le idee attorno a una frase melodica, a un riff, a un inatteso incontro timbrico. Ogni tanto i due fanno emergere dall’improvvisazione qualche brandello tematico di Don Cherry (ne spuntano almeno tre nella serata veneziana, tra i quali la dolcissima ninna nanna di Malinyé, resa con straordinaria delicatezza sul filo di un silenzio che nessuno ha osato incrinare) e non è certo un caso, dal momento che le modalità musicali del duo molto devono alla pratica di Cherry, nei cui concerti un tema poteva essere “chiamato” da un momento all’altro.

Dalla lezione di Cherry (con cui Drake ha suonato e che per Mirra è un punto di riferimento esplicito), il duo trae l’attitudine globale, in cui convivono Africa e Giamaica, ipnosi ritmiche e dilatazioni timbriche favorite dalla vasta tavolozza sonora dei due. Come sempre Drake si prende anche uno spazio per fare dialogare il tamburo a cornice con la voce. 

Pasquale Mirra & Hamid Drake - foto di Alessandra Freguja
Foto di Alessandra Freguja

Al termine del concerto veneziano Drake ha approfittato anche per condividere un discorso sull’amore e la compassion (la cui traduzione più diretta in italiano porta purtroppo con sé un sapore di commiserazione e che invece ha in inglese un accezione più legata alla comprensione dell’anima altrui), un discorso che forse potrà sembrare un po’ naïf, ma che offre una chiave di accesso semplice e diretta all’unicità di questo dialogo musicale.

Perché in fondo Mirra e Drake non solo sono un duo empatico e musicalmente eccellente, ma riescono anche, attraverso questa empatia, a riconnettere il fare musica con chi la fruisce, senza mediazioni formali ormai svuotate di senso come il machismo del momento solista, l’alterigia del bon ton concertistico, la falsa hipness del mancato sorriso.

Sorridono sempre, Mirra e Drake, sorridono l’uno rivolto all’altro e sorridono al pubblico, che idealmente li abbraccia (e non capisco perché il duo non chieda di avere il pubblico attorno a sé, piuttosto che frontale), sorridono lasciando che questa “leggerezza” trasporti senza fatica chi ascolta all’interno di un rituale che si costruisce in quel momento, a prescindere dal “capirne di jazz” (terribile velo di Maya della fruizione legata a queste pratiche musicali), che è inclusivo, dove il soffio di una spazzola fa più “rumore” del solito “yeah” urlato da qualche bopper all’indirizzo di chi rifà per l’ennesima volta una frase di Charlie Parker.

Non perdeteveli, se capitano dalle vostre parti, Pasquale Mirra e Hamid Drake, patrimonio inestimabile di umanità jazz, ma anche dell’umanità jazz, che di questo tipo di qualità e sincerità ha molto più bisogno di quanto creda.

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