A Mannheim la musica parla di questione ambientale

Il festival “Mannheimer Sommer” apre con un corteo musicale di Kommando Himmelfahrt, un intervento di Amitav Gosh e The Damned and the Saved di Malin Bång con libretto di Pat To Yan

"The Damned and the Saved" (foto Christian Kleiner)
"The Damned and the Saved" (foto Christian Kleiner)
Recensione
classica
Mannheim, Nationaltheater
Festival Mannheimer Sommer - The Damned and the Saved
16 Giugno 2022 - 03 Luglio 2022

Da qualche stagione Mannheimer Sommer, la rassegna biennale che chiude la stagione del Nationaltheater di Mannheim, ha cambiato completamente pelle. Da rassegna per lo più mozartiana divisa fra i due poli di Mannheim e Schwetzingen, antica residenza estiva del’Elettorato Palatino, pur non abbandonando completamente la matrice mozartiana originaria, il festival ha avuto una virata sul contemporaneo soprattutto per impulso dell’attuale direttore artistico Jan Dvořák. Nelle sue intenzioni l’edizione 2022 vuole essere un festival di domande, quelle di un’umanità arrivata a un punto di svolta fondamentale che inevitabilmente interroga anche il senso della creazione artistica. Per molti secoli l’avventura morale dell’individuo è stata al centro della cultura alta, secondo quanto sostiene lo scrittore Amitav Gosh nel suo saggio The Great Derangement (La grande cecità) del 2016. Occuparsi del pianeta, di piante o di animali, invece, era compito di culture di nicchia o sperimentali. Se è vero che la riflessione sulla natura in relazione all’essere umano e al pensiero si affaccia prepotentemente nell’Età dei Lumi, nella riflessione di Dvořák esposta nel breve saggio-manifesto del festival “Raumschiff Erde” (Astronave terra) è soltanto l’urgenza contemporanea della questione ambientale a poter rovesciare il paradigma culturale antropocentrico. Le arti però, e specialmente la musica, sembrano ancora tardare a prendere coscienza e a riflettere su tali tematiche.

"Roll out. Drei musikalische Paraden" (foto di Maximilian Borchardt)
"Roll out. Drei musikalische Paraden" (foto di Maximilian Borchardt)

Si apre nel segno di tre personalità in qualche modo emblematiche dell’Illuminismo in salsa germanofona con Roll out, tre parate musicali concepite da Kommando Himmelfahrt, collettivo teatrale molto “engagé” e trasversale animato dallo stesso Dvořák, dal regista berlinese Thomas Fiedler e dalla consulente alla drammaturgia Julia Warnemünde. Da tre luoghi diversi di Mannheim partono tre processioni guidate dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria (Cathleen Baumann) dalla fontana della Marktplatz, dal filosofo afrotedesco Anton Wilhelm Amo (Oliver El-Fayoumy), primo laureato nero della storia affrancatosi dalla condizione di schiavo, dall’atrio della Kunsthalle, e il naturalista attivo a Mannheim di origine italiana Cosimo Alessandro Collini (Fabian Gerhardt) dal Collini-Center Parkplatz. Fra discorsi, slogan e momenti di canto con l’Alphabet-Chor accompagnati da percussionisti su carrelli, i tre cortei, seguiti con una certa curiosità in una Mannheim poco affollata complice una calda giornata festiva, convergono sul palco allestito davanti al Nationaltheater dove i tre personaggi gettano la maschera sulle responsabilità storiche dell’Illuminismo nella catastrofe ecologica contemporanea e provano ad accendere gli animi con lo slogan: “Siamo inarrestabili, un altro mondo è possibile!”

"Roll out. Drei musikalische Paraden" (foto di Maximilian Borchardt)
"Roll out. Drei musikalische Paraden" (foto di Maximilian Borchardt)

Dopo la pre-apertura partecipativa, ancora spazio alla riflessione con un’intervista a distanza al nume ispiratore eletto del festival, Amitav Gosh, che risponde alle sollecitazioni di Dvořák e della drammaturga-capo del teatro Cordula Demattio dibattendo sul ruolo della letteratura e delle arti ma dichiarandosi non troppo ottimista su un loro ruolo attivo, perché le arti sono rivolte a una élite per definizione, ma possono comunque servire a creare spazi di riflessione e consolazione. Non è poco.

E finalmente arriva lo spettacolo. Si tratta di The Damned and the Saved, nuovo lavoro della compositrice svedese Malin Bång, approdato a Mannheim a poche settimane dal debutto in prima assoluta alla Muffathalle di Monaco di Baviera nell’ambito della Münchner Biennale. L’autore del libretto è Pat To Yan, scrittore e regista di Hong Kong ma piuttosto attivo anche in Germania, dove il suo lavoro A Concise History of Future China è stato selezionato al Berliner Festspiele Theatertreffen Stuckemart nel 2016 e Happily Ever After Nuclear Explosion è stato commissionato dal Residenztheater di Monaco di Baviera. L’attuale “Hausautor” in residenza al Nationaltheater di Mannheim si è ben meritato la qualifica di scrittore politicamente impegnato soprattutto per l’interesse a temi ambientalisti; con altri 50 drammaturghi provenienti da tutto il mondo ha preso parte al Climate Change Theatre Action 2021, iniziativa organizzata ogni due anni in coincidenza con i meeting della convenzione quadro dell’ONU sul cambiamento climatico, con un lavoro teatrale di 5 minuti ispirati al Green New Deal e ad iniziative simili a livello globale.

"The Damned and the Saved" (foto Christian Kleiner)
"The Damned and the Saved" (foto Christian Kleiner)

Per questo suo debutto nel teatro musicale, per The Damned and the Saved ha prodotto un testo in lingua inglese e strutturato in sette scene ciascuna recante un titolo (“A room with no end”, “Data collector”, “Dream interpreter”, “Betrayal”, “The collapse of the machine” e “The sound of liberation” e “A kind of reconciliation”) il librettista immagina una sorta di dittatura distopica a capo della quale è un re, che in effetti è una non meglio specificata macchina alimentata dalle tracce lasciate dopo le manifestazioni di protesta. La minuziosa ricostruzione delle biografie di chi si oppone al sistema permette a questo potere invisibile di reprimere ogni forma di dissenso. Le protagoniste Dana e Sara sono due donne rinchiuse in un luogo di detenzione, in due celle separate. Le due donne recano evidenti segni di torture. Non si conoscono né riescono a vedersi ma ognuna di loro trova la forza di resistere grazie alla consapevolezza che l’altra esiste e condivide la stessa sorte. Una volta liberate, Sara tenta la strada dell’integrazione aprendo un’attività da cioccolataia, mentre Dana sceglie di resistere al sistema. Riuscendo a introdursi nei sogni della macchina grazie ad un interprete di sogni, Dana riesce a far esplodere una bomba nel sogno del re e a far crollare la sua dittatura costruita sui “grandi numeri”. Per evitare l’arresto e nuove torture, Dana sceglie il suicidio. Nell’immaginario dialogo finale, le due donne riflettono sulle rispettive scelte di vita ed entrambe ricordano il tempo dei sogni condivisi. Si tratta però solo di “una specie di riconciliazione”, come da libretto, perché, come conclude amaramente Sara, la sopravvissuta, «mi chiedo se qualcuno ami davvero questa epoca dal profondo del cuore. Quest’epoca è ancora piena di merda».

"The Damned and the Saved" (foto Christian Kleiner)
"The Damned and the Saved" (foto Christian Kleiner)

L’esplicita volontà di fare un’opera dal contenuto politico rimane purtroppo largamente sulla carta, poiché la cerebralità del soggetto, una certa schematicità manicheistica e l’approssimazione nel linguaggio fanno deragliare dall’obiettivo e depotenziano del tutto un libretto che soffre spesso di un eccesso di verbosità inconcludente completamente priva di spessore poetico. Il peccato maggiore è che quel testo rende totalmente superfluo il ruolo della musica, ridotta a puro accompagnamento, spesso di natura rumoristica, senza un convincente senso drammaturgico. Lo stesso trattamento vocale, affidato a due vocalist che doppiano le due performer protagoniste, è subordinato alla parola detta e per lo più risolto con semplici vocalizzi.

La realizzazione firmata da Sandra Strunz è comunque interessante pur nella estrema parsimonia di mezzi con performer e musicisti coinvolti in un unico disegno scenico con frequenti interazioni fra di loro coerentemente con le intenzioni musicali di Malin Bång. Molto calate nei rispettivi ruoli soprattutto le due attrici protagoniste Maria Munkert (Dana) e Jessica Higgins (Sara), doppiate da Eva Resch e Johanna Greulich. A loro si aggiungono il collettore di dati dell’inquietante Matthias Breitenbach e l’interprete dei sogni del sinuoso Ilya Lapich. Più che dirigere, Rei Munakata coordina le azioni anche sonore degli undici musicisti della Nationaltheater-Orchester dal lato del palcoscenico con gesti ritmicamente precisi e molto eloquenti.

Pubblico piuttosto numeroso e molto reattivo. L’Estate di Mannheim continua fino al 26 giugno.

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