Lo Schumann appassionato e ricco di colori di Andrea Lucchesini

Il pianista ha inaugurato la stagione da camera di Santa Cecilia con un recital monografico

Andrea Lucchesini
Andrea Lucchesini
Recensione
classica
Auditorium Parco della Musica, Roma
Andrea Lucchesini
28 Ottobre 2019

E stato come uscire dopo un eccellente pranzo, più che appagati e avendo ancora in bocca il sapore dell’ultima squisita portata. Allo stesso modo, l’esecuzione della Fantasia op. 17 di Robert Schumann offerta da Andrea Lucchesini in chiusura del suo concerto – interamente dedicato al musicista tedesco – ha lasciato un segno indelebile nella memoria del pubblico, regalando un’esperienza d’ascolto che da sola sarebbe bastata a dar soddisfazione all’intera serata. Grande lo slancio con cui il pianista toscano ha affrontato questo ampio lavoro, dando la giusta enfasi ai toni passionali con cui si apre il primo dei tre movimenti in cui è diviso, scolpendo con la mano destra l’idea musicale che si erge sopra una vera e propria nebulosa di suoni. Lucchesini ha saputo trarre dallo strumento una sonorità corposa, un calore musicale più che adeguato alla densità della scrittura di Schumann, particolarmente efficace sia quando all’interno del primo movimento l’autore indica Im Legendenton (In tono di leggenda) sia nello sfavillante ritmo puntato che caratterizza il successivo Moderato. Per poi abbandonarsi al carattere fortemente improvvisativo del finale, del quale ha saputo sottolineare l’ampia cantabilità come pure le visionarie concatenazioni armoniche. Una lettura di grande maturità interpretativa.

Scelta audace ma encomiabile quella di aprire la stagione cameristica dell’Accademia di Santa Cecilia con un recital pianistico dedicato a Schumann, autore che nel nostro paese non gode lo stesso favore di musicisti come Beethoven o Brahms. Qualche perplessità la suscita viceversa la scelta di collocare il concerto (vero è che si trattava pur sempre di un’inaugurazione) nell’ampia Sala Santa Cecilia: se la non eccezionale affluenza di pubblico – a quanti hanno perso la serata si può solo dire ‘peggio per loro’ – ha comportato una sorta di dispersione degli ascoltatori, a soffrirne è stato però solo un auspicabile senso di raccoglimento, le dimensioni dell’ambiente hanno causato una certa dispersione del suono e questo sì che ha influito sul risultato.

Lucchesini ha affrontato con coraggio l’intero impegnativo programma che, nella prima parte del concerto, prevedeva nientemeno che due celebri pezzi come Papillons e Carnaval, mentre nella seconda parte si apriva con le tre intense Romanze op. 28, poco eseguite malgrado la rara bellezza e il carattere liederistico che possiedono. Piena padronanza del rubato e profonda sensibilità ai diversi caratteri espressivi, queste le principali qualità che hanno contraddistinto l’interpretazione data da Lucchesini dei due lavori iniziali, mai in difficoltà nel caleidoscopico e teatrale susseguirsi di brevi scene che gli appassionati di Schumann ben conoscono, abituati all’eterno ondeggiare tra le personalità di Eusebio e Florestano. In qualche caso forse la vastità della Sala Santa Cecilia avrebbe meritato tempi meno rapidi, a tutto vantaggio della chiarezza, ma di sicuro la ferrea tecnica e il tono tra lo scherzoso e il divertito con cui il pianista pistoiese ha affrontato alcuni dei passaggi più arditi hanno impressionato favorevolmente il pubblico romano, che al termine del concerto ha ringraziato con lunghi e meritati applausi.

 

 

 

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