Lo Schiavo brasiliano torna in Italia, che non l’aveva voluto

Al Lirico di Cagliari prima rappresentazione in Italia dell’opera di Gomes, a centotrent’anni dalla prima

Lo Schiavo
Lo Schiavo
Recensione
classica
Cagliari, Teatro Lirico
Lo Schiavo
22 Febbraio 2019 - 03 Marzo 2019

La prima rappresentazione italiana de Lo Schiavo di Carlos Gomes non poteva non suscitare grande interesse, tanto più che per molti, incluso lo scrivente, questo era in assoluto il primo incontro in teatro con un’opera del compositore brasiliano, che con il Guarany e il Salvator Rosa ebbe enormi successi in Italia e all’estero negli anni Settanta del diciannovesimo secolo.

Un altro motivo di interesse è l’argomento, soprattutto se si considera che la schiavitù era ancora in vigore in Brasile, quando nel 1883 Gomes iniziò a scrivere Lo Schiavo. La sua idea era ambientare la vicenda proprio in quegli anni, portando in scena la condizione di milioni di schiavi africani in Brasile: ma evidentemente era un’idea troppo audace e fu obbligato a retrodatare la storia di tre secoli e mezzo, trasformando gli schiavi neri in nativi americani e vestendo i dominatori europei con armature e abiti rinascimentali, cosicché tutto assume il colore un po’ falso della rievocazione di un’epoca lontana, con l’aggravante di varie incongruenze storiche. A ben vedere, l’idea originaria non era poi tanto rivoluzionaria, poiché lo stesso imperatore Pedro II del Brasile era favorevole ad abolire la schiavitù, ma evidentemente era comunque troppo audace per l’epoca, se non molti anni prima anche Verdi aveva dovuto spostare La Traviata indietro di qualche secolo. Andò a finire che Lo Schiavo, che era in cartellone a Bologna nel 1888, fu cancellato per motivi non chiari ed ebbe la sua prima rappresentazione l’anno dopo a Rio de Janeiro, quando la schiavitù era già stata abolita da alcuni mesi e quindi l’argomento era meno scottante: fu un trionfo e da allora è considerata in Brasile l’opera nazionale per eccellenza.

Un altro motivo di interesse era sentire come un compositore brasiliano dell’epoca delle scuole nazionali abbia ritratto i nativi brasiliani, ma in realtà non c’è quasi nulla di accuratamente etnomusicologico e nemmeno di superficialmente folcloristico, perché Gomes scrive in uno stile operistico assolutamente italiano, con appena una leggera spolverata di esotismo. Il direttore John Neschling, che è brasiliano, dice che un retrogusto “brazileiro” fa capolino qua e là: effettivamente mi è sembrato di riconoscerlo nel preludio, mentre altri l’hanno percepito in momenti diversi, e questo potrebbe essere il segno di una presenza flebile ma diffusa. È comunque non privo di significato che Gomes dia il meglio nella rappresentazione non dei colonizzatori europei ma degli indigeni, creando ad hoc un linguaggio di sua invenzione, vivo e a suo modo sincero, con melodie originali, ritmi energici, graffianti armonie, colorita orchestrazione (non aspettatevi però La sagra della primavera…). Questo avviene nel terzo e quarto atto, i più compatti e riusciti sotto l’aspetto sia musicale che drammaturgico, mentre nei primi due si ascolta un assemblaggio di stili diversi, che alternano momenti molto drammatici a leggerezze da balletto: il primo termine di paragone che viene in mente è Ponchielli, senza però che Lo Schiavo possa rivaleggiare con la Gioconda.

L’eclettismo di Gomes raggiunge l’apice nel secondo atto, che racchiude l’unica pagina ampiamente nota dell’opera – nota almeno ai collezionisti di incisioni storiche, perché fu incisa da Caruso, Lauri Volpi e altri grandi tenori del passato – ed è la romanza di Americo “Quando nascesti tu”, che ha una una melodia semplice, accattivante, sentimentale con una vena di sensualità, orecchiabile e canticchiabile da chiunque. Ma accanto a questa romanza dolciastra sta il ritrattino ironico e acidulo della Contessa di Boissy, che ama il ricco colono portoghese Americo, che però ama l’indigena Ilàra. Che il momento culminante dell’atto e dell’intera opera - “… Eterna splende la libertà…” - sia un coro intonato per prima proprio da questa aristocratica smaniosa e smorfiosa, gli toglie molto del suo afflato ideale: ma evidentemente non è così per i brasiliani di ieri e di oggi, che l’hanno adottato quasi come un inno nazionale, una specie di “Va pensiero” brasiliano. 

Tirando le somme, bisogna riconoscere, che nonostante i suoi alti e bassi e le sue ingenuità, Lo Schiavo ha ancora molte cose da dire anche a noi italiani del 2019 e che ascoltarlo è stato qualcosa di più che soddisfare una curiosità o togliersi un capriccio.

L’esperta bacchetta di John Neschling garantiva l’alta qualità dell’esecuzione, potendo contare anche su un’orchestra e un coro di buon livello come quelli del Teatro Lirico di Cagliari. In palcoscenico spiccava la schiava Ilàra di Svetla Vassileva, che stupisce sempre per come sa adattarsi alle più diverse vocalità e giungere al nocciolo drammatico del personaggio. Bene anche Andrea Borghini, che era Iberè, capofila degli indigeni. Dongo Kim era adeguatamente cattivo nella parte del perfido Conte Rodrigo e Elisa Balbo ha tracciato un ritrattino feroce (forse anche troppo caricaturale) della Contessa di Boissy. Massimiliano Pisapia era un po’ sfocato come Amerigo, un colono perdutamente innamorato di un’indigena, intorno a cui ruota l’improbabile vicenda. Pur restando lodevolmente fedele al testo – e questo è particolarmente utile per un pubblico che deve confrontarsi con un’opera sconosciuta – la regia di Davide Garattini Raimondi è riuscita a riscattare il mediocrissimo libretto di Rodolfo Parravicini. Forse si poteva tentare di ripristinare l’originaria ambientazione contemporanea tra gli schiavi africani, ma non sono rimaste occultate dietro i secoli di lontananza le reali condizioni di vita degli schiavi, vilipesi, malmenati, fustigati e uccisi, che sono state rappresentate in modo forte, ma evitando il genere splatter.

Gli spettatori hanno applaudito con convinzione e avrebbero meritato un applauso anch’essi, per aver riempito il teatro la sera della prima e aver già prenotato gran parte delle nove recite previste, più due anteprime: quale altro teatro italiano ha un pubblico così disponibile all’ascolto di musica sconosciuta?   

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