L’intimismo di Arcadi Volodos

Il pianista russo è stato ospite del Circolo di Ave al Teatro dell’Aquila di Fermo

LF

24 febbraio 2026 • 3 minuti di lettura

Arcadi Volodos (Foto Marilena Imbrescia)
Arcadi Volodos (Foto Marilena Imbrescia)

Teatro dell'Aquila Fermo

Arcadi Volodos

21/02/2026 - 21/02/2026

Dopo il concerto con Marta Argerich dello scorso mese continuano a Fermo gli appuntamenti con il grande pianismo internazionale. Il Circolo di Ave, l’associazione concertistica diretta da Anna Danielli che sta portando nella bella e antica città marchigiana artisti di fama e grande affluenza di pubblico, ha presentato al Teatro dell’Aquila il pianista russo Arcadi Volodos, in un recital su musiche di Schubert e Chopin.

Volodos, celebre per il suo virtuosismo e le sue trascrizioni di eccezionale difficoltà, si è esibito a Fermo in un programma di grande intimismo, che metteva in risalto gli aspetti meno appariscenti e più profondi della sua personalità interpretativa.

Al primo tempo dedicato al clima raccolto e privo di tensioni della Sonata D 894 di Schubert, è seguito un secondo tempo chopiniano tutto suonato senza soluzione di continuità. Introdotto da tre mazurche (op.33 n.4, op. 41 n.2 e op. 63 n.2) tra le più malinconiche ed enigmatiche della sessantina che compongono il corpus, e proseguito con il Preludio op.45, si è concluso con la Seconda Sonata: brani, da quelli di breve respiro a quello più ampio conclusivo, tutti in tonalità minore e caratterizzati da atmosfere cupe, ombrose, a tratti tragiche; le dinamiche raramente hanno raggiunto il fortissimo, privilegiando invece una tavolozza di volumi dal mezzopiano in giù, fino ad arrivare a millesimali calibri sonori, al limite dell’udibile.

Una tecnica formidabile quindi, ma non sfoggiata sul piano della velocità e delle arditezze digitali (pur presenti specie nel primo tempo della Sonata di Chopin) ma su quello del peso dei suoni, della varietà timbrica, ottenuta anche con usi particolari dei pedali, della ricerca sonora quindi e della qualità interpretativa, raffinatissima e profonda: come se il pianista fosse alla ricerca dell’espressione delle pieghe più intime dell’anima, in un atteggiamento di introspezione che ha messo a nudo inclinazioni malinconiche e ripiegamenti dolorosi. Ciò particolarmente evidente nell’ultimo tempo della sonata di Chopin, dove il moto perpetuo di terzine di crome all’unisono attraverso l’uso del pedale si è trasformato in un magma indistinto, angoscioso, espressionistico, e nella marcia funebre, che ha acquisito una ancora più cupa risonanza al grave.

In questa visione intima e poetica, specchio autentico dell’ idea romantica della musica come arte che esprime l’interiorità umana ma che nel contempo aspira all’assoluto, sono emersi i valori tecnicamente musicali, come la splendida mobilità del rubato, la chiarezza e l’equilibrio del dialogo polifonico, dove ogni voce era condotta con coerenza e continuità, la naturale fluidità della melodia, alla quale i respiri, le cesure e le qualità espressive conferivano una dimensione comunicativa. Un’altra angolatura del virtuosismo esecutivo, quindi, non muscolare e appariscente ma piuttosto espressiva e centrata sulla sonorità, propria di una personalità musicale matura e pienamente riconosciuta dal pubblico.

I bis hanno seguito il mood del concerto, con l’ Intermezzo op. 117 n.1 di Brahms, il Momento musicale n.3 di Schubert e la Siciliana dal concerto per organo in re minore di Bach, BWV 596, trascrizione da Vivaldi.