"L'inondation” di Filidei: Esercizi di melodramma 

All’Opéra Comique va in scena L’inondation, opera nata dalla stretta collaborazione fra il compositore Francesco Filidei e il drammaturgo Joël Pommerat da un racconto di Evgenij Zamjatin 

L’inondation (Foto Stefan Brion)
L’inondation (Foto Stefan Brion)
Recensione
classica
Parigi, Opéra Comique
L’inondation 
27 Settembre 2019 - 03 Ottobre 2019

Capita raramente (se mai capita) che un teatro si metta così generosamente al servizio di una creazione operistica. Forte di 3000 creazioni in 300 anni di storia, per l’Opéra Comique è una questione di geni culturali. Per la sua più recente creazione, L’inondation, ha messo a disposizione spazi, cantanti, musicisti e tutto il necessario per circa due anni, tanto è durato il processo di gestazione, ai due principali artefici, il compositore Francesco Filidei e il drammaturgo Joël Pommerat. Il risultato di questo sforzo creativo collettivo si percepisce tutto nella minuziosa precisione della scrittura, davvero insolita per gli standard odierni, e nell’alta qualità dell’esecuzione della produzione vista all’Opéra Comique. 

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Punto di partenza del lavoro è il romanzo breve scritto nel 1929 da Evgenij Zamjatin. Lontano dalle atmosfere distopiche di NoiL’inondation è il ritratto di una donna senza qualità, che uccide senza grandi esitazioni l’orfana adottata per surrogare la mancanza di figli, che turba la bramata felicità coniugale. L’omicidio della ragazza è compiuto con freddezza e senza sentimenti di vendetta: è solo l’eliminazione dell’ulteriore ostacolo che si frappone fra lei e il marito. Tolto di mezzo l’ostacolo, non solo la donna resta impunita ma riesce a accendere nel suo uomo il desiderio spento da tempo e a realizzare il sogno di maternità. La scomparsa della ragazza è archiviata senza colpevoli dalla polizia e la felicità è a portata di mano, se non si scatenassero i sensi di colpa con colpo di scena finale. 

Una storia, dunque, come nelle opere del passato. Una storia fatta però soprattutto di silenzi in un contesto naturale che sembra riflettere le tensioni dei personaggi, esplodendo nell’inondazione che dà il titolo al racconto. Silenzi che Pommerat riempie di dialoghi e di parole. Soprattutto nella seconda parte del lavoro, dopo il climax dell’inondazione, una certa ridondanza verbale pesa sulla tensione drammatica, che cala nettamente rispetto alla sapiente costruzione della prima parte, con l’efficace spostamento dell’omicidio della donna in apertura, espediente che dà al lavoro un sapore cinematografico. Anche il potenziale colpo di teatro del finale risulta stemperato dall’aggiunta di una coda “assolutoria”, estranea al più compatto ed efficace troncamento narrativo dell’originale di Zamjatin. Resta irrisolta, invece, la figura del narratore, che introduce una originale chiave quasi favolistica in una vicenda segnata da un realismo estremo e spesso contrastante nel tono con la tavolozza musicale che Francesco Filidei impiega con estrema poliedricità di espressione e di stili. Nella casa del Pélleas, Filidei non esita a rendere omaggio all’impressionismo sonoro debussyano sfoderando un’accattivante mimesi stilistica “all’antica” soprattutto nella prima parte e nel lirico finale, raffreddata dai beffardi e continui motteggi dell’universo delle percussioni e delle stravaganze dei fiati (il brusio dei bocchini degli ottoni, i legni roteati in aria, i richiami imitativi di uccelli, campane, pendole e ticchettii che segnano lo scorrere del tempo e molto altro), sfondo sonoro di gusto pittorico del vivido paesaggio rumoristico del racconto di Zamjatin. Debussyana appare anche la tensione prosodica della linea canora, risultato evidente del minuzioso lavoro preparatorio con Pommerat. Evidentemente affascinato e forse intimorito dal peso della storia e dalla suggestione di uno dei luoghi iconici del melodramma europeo, Filidei gioca a rifare il melodramma con una mimesi linguistica senza dubbio accattivante, ma aggira l’eterna questione sulla natura dell’opera per quella che appare una remissività eccessiva alle ragioni della parola e, paradossalmente, di una resistenza a una concezione univoca del senso di questa opera. Ma se Flamand cede il passo a Olivier, la Contessa sarà soddisfatta? 

 

Il resto è un allestimento firmato dal Pommerat regista di segno tradizionale e privo di effetti speciali (solo una videoproiezione “liquida” di Renaud Rubiano per l’inondazione) svolto nella chiave di un dimesso realismo domestico, come i costumi di Isabel Deffin e la scena di Eric Soyer, uno spaccato di condominio su tre piani sovrapposti, che consente azioni simultanee. In basso il teatro della deriva esistenziale della donna e sopra la felicità familiare dei vicini con prole: schematico ma funzionale. Più un ambiente per lo squallore ospedaliero delle ultime scene. Molto curata la direzione attoriale che ha in Chloé Briot una protagonista fin troppo introversa, ma anche l’ombroso marito disegnato da Boris Grappe si muove su coordinate simili. All’opposto la coppia dei solari vicini impersonati da Yael Raanan-Vandor, destinataria della linea canora più lirica, e Enguerrand de Hys. Sdoppiamento per il personaggio della ragazza interpretata simultaneamente in scena dalla giovane Cypriane Gardin e da Norma Nahoun, che ci mette anche la sua voce di soprano di coloratura. Completano la locandina il controtenore Guilhem Terrail, un lunare narratore ma anche un più concreto poliziotto, e Vincent Le Texier, il medico, oltre ai giovani attori Colin Renoir-Buisson e Mona Lebas, la coppia di bambini della coppia del piano di sopra che porta una nota di fresca spontaneità. Encomiabile il lavoro di orchestrazione di Emilio Pomárico sull’eccellente Orchestre Philharmonique de Radio France, che serve al meglio l’estro musicale di Filidei. 

Pubblico numeroso, molti applausi, ma per il Pelléas del XXI secolo occorrerà aspettare ancora. 

 

 

 

 

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