Lang Lang e i Berliner trionfano con Ravel
A Berlino con la direzione di Paavo Järvi
23 febbraio 2026 • 4 minuti di lettura
Philharmonie Berlin, Berlino
Lang Lang e Paavo Jarvi
12/02/2026 - 14/02/2026In una serata interamente sold out, è andato in scena un formidabile concerto presso quel tempio musicale che è la Filarmonica di Berlino, dove Paavo Järvi e Lang Lang hanno ipnotizzato ed esaltato il pubblico con un programma disinvoltamente alternato tra Maurice Ravel e Hans Rott.
Ad aprire le danze sono stati gli iridescenti colori modernisti del Concerto per pianoforte e orchestra in Sol dell’autore francese. Il primo movimento ha immediatamente certificato il suono poderoso nelle dinamiche e cristallino nella precisione tecnica della più grande orchestra del mondo, con il direttore estone nel ruolo di abile concertatore della complessa e turbolenta ossatura ritmica dell’opera. Tra echi blues e divagazioni jazziste, sintetizzati dal “gershwinismo” che anima sotterraneamente l’intera composizione e a loro volta contrappuntati da suadenti melodie liquide ed enigmatiche, Lang Lang ha esibito un pianismo granitico e affettuoso. Ogni trillo, ogni volatina, ogni variazione dinamica (soprattutto quelle più irruentemente novecentesche) e banalmente ogni nota brillavano per la propria intellegibilità acustica; l’impeccabile senso del ritmo del solista, unito alla straordinaria compattezza dell’orchestra, hanno poi regalato un finale travolgente: una fragorosa fanfara urbana che ha certificato l’eccellente intesa tra tutti gli interpreti. Il movimento Adagio assai è risultato, invece, un enorme riflettore per evidenziare la ricca e matura sensibilità del pianista cinese: l’intera sala è stata prima rapita e poi ammutolita dal tocco perfettamente bilanciato di Lang Lang, capace di conferire una specifica sfumatura emotiva a ogni sua educata ma rigorosa sollecitazione della tastiera. A fare il resto, l’intonazione inappuntabile dei legni berlinesi, in particolare il flauto e il clarinetto all’inizio e l’entusiasmante corno inglese, che nel passaggio più celebre del brano ha intrattenuto con il pianoforte un colloquio intimo e cameristico, una confessione malinconica e nostalgica. Il lungo protrarsi del trillo conclusivo e il suo dolce morire con gli archi ha suggellato infine un momento di commozione indimenticabile. La brevità e la vivacità del Presto finale hanno ricondotto alle atmosfere esuberanti del primo tempo; questa volta il solista ha potuto scatenarsi irrefrenabilmente in un ineccepibile virtuosismo percussivo, mentre i commenti onomatopeici degli ottoni e i borbotti frenetici delle altre parti hanno scolpito autorevolmente l’essenza del capolavoro di Ravel, di cui Järvi ha elargito tutta l’originalità coloristica. Dopo le meritate ovazioni, Lang Lang ha saluto il pubblico tedesco con un sospeso e tenero bis sulle note di Schumann.
Dopo l’intervallo, la corposa esecuzione della Sinfonia n. 1 in Mi Maggiore di Hans Rott, compositore morto prematuramente a ventisei anni nel 1884 e riscoperto solo a partire dagli anni Novanta del secolo scorso (basti pensare che la prima italiana della sua unica sinfonia è andata in scena appena un paio di settimane fa a Bologna, diretta ottimamente da Sebastian Weigle). Sfacciatamente trionfalistico, il primo movimento è un glorioso inno sulla falsa riga dell’epica musicale wagneriana, in cui ogni ardore eroico deve affrontare la propria romantica tragicità: Järvi lo chiarisce egregiamente già dalle prime battute nel modo in cui coordina l’entrata dei vari reparti imitatori del tema scandito magistralmente dalla tromba. Il gesto arguto ed esperto del direttore guida l’ensemble tedesco verso la grandiosa esposizione del tema, per poi annotare tutti i vari ghirigori dal sapore viennese che puntellano il brano Alla breve: considerata la miracolosa perfezione tecnica dei musicisti, periti gestori dei crescendo più altisonanti, non si può non ammettere l’esaltazione esperita, così come occorre abbandonarsi alla ricorrente espressione: “sembra il CD”. Il movimento lento (Sehr langsam) è un appassionato omaggio a Bruckner (Rott lo ebbe come docente di organo): tra le decise sferzate degli archi, la progressiva tensione costruita dalle percussioni e l’accorato rilascio melodico degli ottoni, Järvi plasma benissimo un’atmosfera di incanto mistico, infusa di quella visionarietà per l’aldilà che pertiene alla musica sacra. Lo Scherzo è decisamente la sezione più rilevante e originale della sinfonia, tanto da anticipare alcune soluzioni estetiche di là da venire, in primis mahleriane (il brano ricorda effettivamente molto del futuro secondo movimento della Titano); brillante connubio tra sardonico ländler e gioiosi valzerini, il terzo tempo viene scavato da Järvi con un notevole controllo dei toni: mai troppo oscuro e drammatico e mai veramente leggero da risultare puerile, il brano rifulge di una tale vorticosa valanga di espressioni, che il pubblico si sente costretto a violare l’etichetta del concerto sinfonico e applaudire vigorosamente prima del dovuto. L’esecuzione nitida e tensiva dei monumentali Berliner e l’orgasmica musicalità instillata dal direttore nel lungo movimento finale, consueto collage dei temi precedenti e cattedrale di una pomposa marcia trionfale sublimantesi in una citazione al Prologo del Rheingold, hanno concluso un concerto strepitoso, difficilmente dimenticabile.