L’altro Capodanno 

Al Bockenheimer Depot di Francoforte il concerto di Capodanno dell’Orchestra filarmonica di Sinti e Rom 

Concerto di Capodanno dell’Orchestra filarmonica di Sinti e Rom 
Concerto di Capodanno dell’Orchestra filarmonica di Sinti e Rom 
Recensione
classica
Francoforte sul Meno, Bockenheimer Depot,
Concerto di Capodanno dell’Orchestra filarmonica di Sinti e Rom 
08 Gennaio 2020

Fra i numerosi concerti di Capodanno, Francoforte ha ospitato al Bockenheimer Depot probabilmente uno fra i più singolari e significato come testimonianza di civismo: quello dell’Orchestra filarmonica di Sinti e Rom. Fondata nel 2002 a Francoforte, l’orchestra è l’unica al mondo composta prevalentemente da musicisti professionisti di origine rom e sinti con l’obiettivo di preservare il patrimonio musicale delle comunità tzigane più numerose e a lungo oggetto di persecuzioni. Un obiettivo che viene perseguito in forma duplice: da un lato, l’orchestra intende stimolare la produzione di lavori che si ispirano alla cultura di Rom e Sinti e nel passato l’orchestra ha tenuto battesimo composizioni di Stanko Sepic, Kálmán Csèki, Hartmut Jentzsch e del sinto Roger Moreno-Rathgeb, il cui Requiem per Auschwitz, composto nel 2009 per ricordare gli oltre 200 mila Rom e Sinti sterminati nei lager nazisti, sarà eseguito nel Duomo di Berlino il prossimo 26 gennaio per la Giorno della Memoria. Dall’altro, si propone di eseguire lavori che affondano le radici in quella cultura o che nella cultura tzigana hanno trovato una fonte di ispirazione come gli ungheresi Liszt, Kodály o il Bartók etno-musicologico, ma anche Brahms per non dire di Bizet e di Pablo de Sarasate che guardavano piuttosto alle radici tzigane di certa musica tradizionale spagnola. 

Proprio a questo filone si ispirava il composito programma “Roma Romantik” assemblato per questo concerto di Capodanno offerto dall’orchestra a un nutrito pubblico. Dopo i discorsi di rito, la prima parte del programma proponeva una antologia di brani operettistici nello spirito del Concerto di Vienna ma spinto soprattutto sul versante balcanico. Johann Strauss figlio apriva e chiudeva la prima parte con la csárdás dal suo Cavaliere Pásmán, suo unico melodramma ispirato a una ballata dell’ungherese János Arany, e la celebre polka veloce Éljen a Magyar! (Viva gli ungheresi), spesso presente nel Capodanno viennese dei Wiener. Imprescindibile anche Franz Lehár di cui il giovane e bravo soprano ungherese Alexandra Ruszó, attualmente in forza all’Opera Studio dell’Oper Frankfurt, intonava nella lingua madre la nota “Meine Lippen, sie küssen so heiß” dall’operetta Giuditta, oltre a “Mon coeur s'ouvre à ta voix” del Saint Saens più sensualmente esotico del Samson et Dalila. Completavano la prima parte l’infallibile intermezzo dall’Amico Fritz di Mascagni e il pas de deux dallo Schiaccianoci di Čajkovskij. Dopo la pausa, il programma riprendeva con l’Ottava Sinfonia di Antonín Dvořák, composizione densa di colorismo e cantabilità slave, ben interpretata dalla compagine orchestrale soprattutto nell’ispirato slancio melodico sostenuto dalla direzione danzante di un entusiasta Riccardo M Sahiti, iniziatore del progetto e tenace animatore dell’iniziativa. 

Va detto che l’Orchestra filarmonica di Sinti e Rom si forma in occasione di ogni progetto e lo scarso rodaggio si nota soprattutto sul piano tecnico e in più di uno sbandamento, specie nelle sezioni degli archi. Per di più per questo Capodanno 2020 l’organico tradizionale è stato triplicato, anche come auspicio che in futuro i Filarmonici Rom e Sinti possano darsi una veste stabile. Chissà che i calorosi applausi che hanno salutato festosamente la conclusione di questo concerto non siano il primo mattone per quella costruzione. 

 

 

 

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