L’altra – tutt’altra – Bohème al Massimo Bellini

Il titolo di Leoncavallo eseguito a breve distanza dall’inaugurazione pucciniana della stagione lirica catanese

La bohème (Foto Vito Lorusso)
La bohème (Foto Vito Lorusso)
Recensione
classica
Catania, Teatro Massimo Bellini
La bohème
11 Dicembre 2022 - 13 Dicembre 2022

Le stagioni lirica e sinfonica del Teatro Massimo Bellini hanno accostato a distanza di pochi giorni un allestimento non nuovo – dal Massimo di Palermo – della Bohème di Puccini, quale inaugurazione del cartellone operistico, e una realizzazione in forma di concerto della Bohème di Ruggero Leoncavallo.  L’impianto scenico di Mario Pontiggia per la prima è sicuramente un bel vedere, ma non è bastato a riempire la sala in tutte le repliche del titolo, in cartellone a Catania non molti anni fa; anche le numerose rotazioni di cast, con conseguenti saliscendi di qualità, possono aver influito (nello spettacolo seguito, non ci è comunque dispiaciuta la pur perfettibile Mimì di Mihaela Marcu).

Assai più interessante dunque, benché non gratificata dalla forma scenica, la proposta dell’”altra Bohème”, per la prima volta nel capoluogo jonico, intanto per valutare le differenze di drammaturgia dal capolavoro di Puccini & co. Leoncavallo, che si redige wagnerianamente il libretto da solo, è per certi versi più fedele all’originale letterario, soprattutto nell’accento sulla dimensione collettiva dell’impianto drammatico. Tra le vicende personali e di coppia del gruppo di personaggi, il focus s’indirizza più sulla coppia Musette-Marcello (mezzosoprano-baritono), soprattutto nei primi due atti dal sapore comico e operettistico; l’emergere della coppia Mimì-Rodolfo (soprano-baritono) lungo la seconda metà serve a far apparire la tragedia della morte su un orizzonte nel quale essa è inizialmente assente, in favore di un assoluto effimero della vita, e continua a non palesarsi neppure alla svolta patetica del terzo atto, dominato però da un’altra tragedia, la miseria, in nome della quale Musette abbandona il pur amato Marcello. Il ritorno di Musette in scena nel finale canticchiando la canzonetta del primo atto, quindi, suona da macabra e perfino cinica citazione, più che da reminiscenza tematica; nella crudezza beffarda della situazione, la morte appare più un fatto sociale e ‘materiale’, che esistenziale ed emotivo: una prospettiva che, a quel tempo, sarebbe potuta piacere al pubblico socialista. Eppure, Leoncavallo sembra conoscere bene il Tristan und Isolde, tanto da citarlo ad apertura del nodale terzo atto; ma a Wagner sembra guardare solo per l’aspetto lessicale e grammaticale, in alcuni tratti armonici, e per un’esigenza di corroborare sul piano filosofico-culturale le scelte letterarie e formali (peraltro saldamente memori del melodramma italiano, cotè ‘scapigliato’  incluso), senza cogliere in profondità – come invece riesce a Puccini – sintassi tematica e drammaturgia, mentre assai presente è invece il Richard Strauss pre-Salome, nella strumentazione e nella brillantezza episodica della partitura; nessuna traccia, invece, di assorbimenti debussiani, decisivi nel lucchese.

La proposta, nel rivelare una partitura non certo degna d’oblio, resta in ogni caso coraggiosa e intrigante, per quanto abbia mostrato un po’ di fatica realizzativa: più che opportuna, considerata l’assenza della scena, l’introduzione sintetica agli atti effettuata dal palchetto da Gabriele Montemagno e Caterina Andò, ma il supporto dei sopratitoli – che sarebbe stato utilissimo nei primi due atti, assai dinamici e dialogici, per meglio cogliere i differenziali rispetto al libretto usato da Puccini – è venuto misteriosamente meno per tutto l’inizio della prima parte. Qualche difficoltà l’ha palesata anche l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini, diretta da Fabrizio Maria Carminati, nel restituire i passi più impegnativi nella tramatura strumentale, entro una prova in fin dei conti onorevole; si è ben difeso il coro (guidato da Luigi Petrozziello) nel groviglio della ‘festa da Musette’ del secondo atto. La nutrita compagnia di canto se l’è cavata discretamente in uno spartito che ha richiesto qua e là le tipiche extra-prestazioni da stentorea vocalità verista, senza tuttavia impressionare più di tanto; ma molto convincenti, sul piano espressivo, sono risultati i numeri solistici – non tanti – che segnano la Stimmung dei principali snodi drammatici. Pubblico numeroso, più – sorprendentemente – che  due domeniche prima per la Bohème di Puccini.

 

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