La teoria del cambio palco

Appunti dallo Young Jazz Festival di Foligno

Recensione
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Se Young Jazz è da sempre un festival fuori dagli schemi, anticonformista, l’undicesima edizione ha probabilmente dilatato questi tratti caratteriali. Non solo per la complicità di una situazione climatica atipica – pioggia battente e temperatura autunnale che ha costretto l’organizzazione a modificare, spostare, annullare alcuni eventi – ma anche grazie ad una spericolata proposta artistica tra i confini di ricerca, improvvisazione, elettronica.

In particolare le giornate di venerdì 22 e sabato 23 si sono sviluppate in un caotico, frizzante susseguirsi di suoni, rumori, colori. Lo Zut!, nel cuore della città, diviene il centro del mondo: praticamente, causa emergenze, tutto passa da lì. Spazio multimediale piacevole, accogliente, alternativo, che con pochi ritocchi cambia aspetto e funzione, sovrastato da un ristorantino vegetariano che offre sfiziose prelibatezze. Gli orari ufficiali dei concerti sono ampiamente sforati ma nessuno, né organizzazione, né pubblico e musicisti, paiono soffrirne, tutti disponibili a fare le ore piccole in nome di musica e passioni. Sorprende in particolare il ruolo che assume lo spazio temporale dei cambio palco. Generalmente vissuto e subito come noioso tempo perso, qui a Foligno, dove su questo fronte si sono battuti dei veri record, viene invece vissuto come momento di riflessione, di conoscenza, tra pubblico, musicisti, giornalisti, fotografi, organizzazione, tutti lì vicini, nello stesso spazio.

Venerdì sera si apre con uno degli artisti più attesi. Il piano solo di Pak Yan Lau rappresenta una dei piatti forti della programmazione. L’artista belga-cinese è nota per la sua originale ricerca sonora dove dello strumento esplora le possibilità espressive più radicali. Ma l’attesa con il passare del tempo si scioglie come neve al sole. Se è vero che la pianista espone un approccio anti accademico con la tastiera - praticamente non la usa quasi mai - il suo lavoro all’interno dello strumento non pare poi così originale. Soprattutto, risulta privo di una elaborazione estetica, sostanza alla quale far confluire tutti i materiali sonori accumulati. Tutto si disperde, scivola via. L’uso delle corde come violino, la scelta percussiva, lo scotch strappato, i campanelli, rimangono quadri isolati. Peccato, perché l’aspetto rituale, come la ricerca di sonorità orientali avrebbero potuto aprire percorsi interessanti.

Il primo aggettivo che suscita La retour à La raison di Teho Teardo è coraggioso. Sfidare la bellezza incontaminata, la forza visionaria di tre film di Man Ray degli anni Venti questo è. Teardo, chitarra elettrica, elettronica, voce e percussioni varie, con la viola di Stefano Azzolina e il violino di Vanessa Cremaschi, cerca di entrare nella logica dell’artista americano che nella casualità del montaggio filmico ricercava rapporto poetico tra forme e movimenti segnando lo scisma del dadaismo e la nascita del surrealismo. Adesioni e lontananze della musica con le immagini si distribuiscono lungo tutto il progetto, ora con lunghi pedali, ora con improvvise vulcaniche esplosioni sonore. Alternanze, a volte automatiche e ipnotiche, giocate all’interno di una costruzione creativa coerente e passionale.



Ma - quasi a sorpresa! - c’è anche del jazz a Young Jazz. Ci pensa, a notte inoltrata allo Zut! (che cambia ancora abito e si trasforma in club) il trio di Beppe Scardino con Matteo Anelli al contrabbasso e Andrea Melani alla batteria. Standard? Sì, standard, però non vissuti come stanchi rituali ma terreni ancora da rileggere con occhi contemporanei. Scardino con il suo baritono su questo fronte ha le idee chiare. Espone un suono agile, limpido alla Carney, con una spruzzata di romanticismo di Mulligan, ma è nei percorsi dell’avanguardia vicina all’Art Ensemble Of Chicago che trova gli strumenti creativi, astrattismi e radicalità, con i quali rileggere, smontare e deformare la classicità del jazz. Gli danno un prezioso contributo Anelli e Melani in un processo di sottrazione ricco di pulsioni sospese sottotraccia, immerse in un suono collettivo di rara bellezza.

Se il buon giorno si vede dal mattino, sabato comincia bene. Il tempo rimane grigio ma non diluvia, la musica è di qualità. Dimitri Grechi Espinoza con Oreb per sax solo esplora le possibilità espressive dello strumento non come ricerca sonora fine a se stessa bensì messa al servizio di un percorso interiore di meditazione, ricerca tesa all’assoluto, alla sacralità. Anche alla bellezza, perché ogni traccia con i suoi echi e riverberi affascina e coinvolge. Il secondo set con XY Quartet (Nicola Fazzini, sax alto; Alessandro Fedrigo, basso acustico; Saverio Tasca, vibrafono; Luca Colussi, batteria) modifica completamente lo scenario. La musica del quartetto si sviluppa sui crinali contemporanei evocando il jazz più avanzato così come atmosfere formali della musica colta. Ne viene fuori un mix claustrofobico – con Fazzini che mischia nervosa improvvisazione post-free con introspezioni berniane – ma anche visionario e contemplativo nell’eleganza di vibrafono e basso acustico.



La serata si apre con una piacevole provocazione, quella in solo di Federico Scettri, uno dei batteristi più in vista dell’ultima generazione. Si presenta incappucciato soffiando in una melodica. Usa poi percussioni varie, rumoristica, voce, elettronica, per passare su pelli e piatti con maestria quasi didattica in particolare nell’uso del rullante. Performance dadaista, fragile ma sincera, dove il musicista si mette in gioco totalmente.

Nei mille percorsi di Franco D’Andrea mancava l’incontro con un dj. Ecco servito Electric Tree, cioè, oltre il pianista, Andrea Ayassot al sax alto e DJ Rocca al live electronics. Sempre aperto ad ogni percorso creativo D’Andrea immerge il suo pianoforte totale, orchestrale, dove legge la storia del jazz, in questa nuova avventura in compagnia dei uno dei più fedeli compagni di viaggio. In effetti le ance poetiche di Ayassot sono la garanzia che salva un set forse da rodare meglio. Indirettamente, gli rispondono poco dopo Backwords + Enrico Zanisi, l’elettronica di Michele Pauli che dialoga con la tastiera di uno dei talenti del jazz italiano. In questo contesto si respira una densità, un intrigo inquieto di suoni e ambientazioni urbane, un tessuto concreto dove ripetizioni, minimalismi, pianoforte acustico e suono acido del Fender Rhodes disegnano una credibile performance. Le mille facce di Young Jazz Festival.

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