Il ritorno del Prometeo in patria

Quarant’anni dopo il debutto, la Biennale di Venezia riallestisce nella Chiesa di San Lorenzo l’utopica “Tragedia dell’ascolto” di Luigi Nono, nell’anno del suo centenario

Prometeo (foto di Andrea Avezzù - La Biennale di Venezia)
Prometeo (foto di Andrea Avezzù - La Biennale di Venezia)
Recensione
classica
Venezia, Chiesa di San Lorenzo
Prometeo
26 Gennaio 2024 - 29 Gennaio 2024

«La musica che sto cercando è scritta con lo spazio: essa non è mai uguale in qualsiasi spazio, ma lavora con lui», scriveva Luigi Nono nel 1983, in piena fase di gestazione del Prometeo, destinato a vedere la luce nel settembre del 1984 come proposta unica o quasi della Biennale Musica allora diretta da Carlo Fontana. La storica impresa fu il risultato di uno straordinario sforzo collettivo che vide coinvolti alcuni fra gli storici amici del compositore a cominciare dal direttore Claudio Abbado, dal filosofo Massimo Cacciari, redattore del testo, e dal pittore Emilio Vedova, che immaginò un particolare disegno luci per dipingere quello spazio che con la musica si poneva come oggetto unico. L’architetto Renzo Piano realizzò anche un’installazione: un’arca sollevata da terra che riuniva musicisti e spettatori, pensata con le caratteristiche di uno vero e proprio gigantesco strumento musicale. Quell’arca non voleva essere lo spazio di un nuovo “dramma in musica” aggiornato dopo Intolleranza e Al gran sole carico d’amore, esperienze se non rinnegate certamente superate verso una visione drammaturgica assoluta, dove protagonista fosse l’ascolto (“Al gran sole: un grosso elefante di mezzi, di tutto. È incredibilmente limitato” disse lo stesso Nono). Nasceva così un genere nuovo e singolare, una “tragedia dell’ascolto”, destinata a porsi come summa della visione estetica di Nono, che, anche nella lunga fase di più forte militanza, tendeva comunque a una forma di trascendenza compresa nell’esperienza da spettatori.

Prometeo (foto di Andrea Avezzù - La Biennale di Venezia)
Prometeo (foto di Andrea Avezzù - La Biennale di Venezia)

Luogo di quell’evento fu la Chiesa di San Lorenzo, lo stesso che quarant’anni dopo torna ad accogliere il Prometeo in occasione del centenario della nascita del compositore veneziano. L’iniziativa è anche questa volta della Biennale di Venezia, non del Settore Musica in questo caso ma dell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee, che vuole così suggellare il significativo accordo concluso con la Fondazione Archivio Luigi Nono per il trasferimento di documenti e materiali nel nascente Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee della Biennale, destinato agli spazi storici dell’Arsenale.

Questo nuovo Prometeo, tuttavia, non ha nulla di restaurativo come la presenza di un archivio potrebbe far pensare. Tramontata l’età dei giganti, oggi è con gli strumenti dell’età degli uomini che ci si deve misurare, e giustamente, ricondurre la sua concezione utopica di “tragedia composta di suoni, con la complicità di uno spazio” a una sorta di “normalità” che supera la natura eccezionale di evento. Prometeo torna nel luogo da dove è iniziata la sua straordinaria avventura di composizione fra le più significative ed eseguite della seconda metà del XX secolo ma senza più i giganti di allora. L’arca di Piano, oggi distrutta, lascia posto a una struttura circolare che abbraccia le due sezioni divise dalla parete che un tempo separava le monache di clausura dal pubblico secolare. I 79 interpreti sono distribuiti su diversi piani, anche sovrapposti, attorno e sopra al pubblico diviso in quattro recinti nelle due sezioni secondo la regia di Antonello Pocetti e Antonino Viola e il disegno luci di Tommaso Zappon piuttosto attento a non spingere troppo sulla spettacolarità.

Anche per lo spettatore, o meglio l'ascoltatore, odierno di Prometeo, resta immutata la sollecitazione ad aprirsi ad una molteplicità di percorsi che questo lavoro offre nella sua drammaturgia indefinita e indefinibile, fatta di frammenti, frasi o parole appena sussurrate e disciolte nel flusso continuo dei suoni. I testi in greco, italiano e tedesco assemblati da Massimo Cacciari, attingendo anche a scritti di Walter Benjamin, formano parte della natura intrinsecamente musicale di un lavoro che non vuole raccontare una storia ma del mito di Prometeo ricalca soprattutto lo slancio utopico, per Nono, verso nuovi orizzonti sonori, ben ancorati però alle esperienze anche acustiche del Rinascimento musicale veneziano.

Prometeo (foto di Andrea Avezzù - La Biennale di Venezia)
Prometeo (foto di Andrea Avezzù - La Biennale di Venezia)

Quarant’anni dopo questa riproposta trova una guida solida nel concentratissimo gesto di Marco Angius, coadiuvato sul “podio” da Filippo Perocco per superare i non pochi vincoli che la peculiare architettura di San Lorenzo pone all’esecuzione di una partitura in cui ogni gesto e respiro è minuziosamente indicato da Luigi Nono. Distribuiti sulle alte impalcature trovano posto gli ottimi musicisti dell’Orchestra di Padova e del Veneto, ormai con passo sicuro in questi territori sonori estremi dopo molte stagioni di terapie musicali contemporanee prescritte da Angius, coadiuvati da solisti d’eccezione come il flautista Roberto Fabbriciani e il tubista Giancarlo Schiaffini, già presenti quarant’anni fa, oltre alla clarinettista Roberta Gottardi, al violista Carlo Lazzari, al violoncellista Michele Marco Rossi e al contrabbassista Emiliano Amadori. Di eccezionale valore anche l’omogeneità di suono ottenuta dalla componente vocale, giustamente priva di qualsiasi protagonismo che negherebbe il pensiero di Nono, con i soprani Rosaria Angotti e Livia Rado, i mezzosoprani Chiara Osella e Katarzyna Otczyk e il tenore Marco Rencinai accanto al Coro del Friuli Venezia Giulia. A queste si sommano le voci recitanti spesso ridotte a soffio e fonemi di Sofia Pozdniakova e Jacopo Giacomoni. Fondamentale il contributo della regia del suono, saggiamente affidata a uno storico collaboratore e apostolo di Luigi Nono come Alvise Vidolin, e dell’elettronica live curata da Nicola Bernardini e Luca Richelli e realizzata dal Centro di Sonologia Computazionale – DEI dell’Università di Padova.

Grande attesa per questo ritorno quarant’anni dopo, premiato dal tutto esaurito per le quattro date in programma. Appuntamento a fra altri quarant’anni?

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