Il Pirata torna a Catania

Bellini diretto da Ortega al Teatro Bellini

Il Pirata (Foto Giacomo Orlando)
Il Pirata (Foto Giacomo Orlando)
Recensione
classica
Catania, Teatro Massimo Bellini,
Il Pirata
23 Settembre 2019 - 02 Ottobre 2019

Mancava da 18 anni Il pirata, nella città di Vincenzo Bellini; il Teatro Massimo Bellini lo ha riportato in scena, con un nuovo allestimento, in una fase seriamente travagliata della sua vita: le ricorrenti incertezze sull’entità del contributo regionale (ampiamente maggioritario nel bilancio), le ipotesi di riformulazione dell’assetto istituzionale, le sofferenze economiche trascinatesi da tempo, stanno congelando di fatto le prospettive di programmazione futura e il completamento della governante del Teatro. Si va avanti alla giornata, ma senza neppure esser certi di poter concludere la presente stagione operistica con gli ultimi titoli dell’anno. A risentirne sono soprattutto gli aspetti delle produzioni che più avrebbero bisogno di mezzi sicuri e tempi adeguati di preparazione, quali che siano le idee interpretative sottostanti: la regia di Il pirata, lavoro pregevolissimo – sempre che si sia bisogno di segnalarlo – e assai raffinato in molti aspetti della scrittura musicale (introduzioni orchestrali, conduzione armonica, articolazione drammatico-musicale di molti numeri della partitura – su tutti il magnifico finale primo) sì da rendere convincenti alcuni elementi problematici del pur notevole libretto di Romani, è riuscita fatalmente minimale a Giovanni Anfuso: pochi elementi scenografici (firmati da Giovanna Giorgianni), lo stretto indispensabile a segnalare – più ancora che evocare – le differenti situazioni sceniche; costumi – di Riccardo Cappello – monocordi e somiglianti più a divise monacali che ad abiti tardo-duecenteschi; qualche soluzione encomiabilmente riuscita, ma molta routine di meri posizionamenti e di azioni obbedienti ai soliti topoi. Poco male – si dirà – poiché cosi sono venute in primo piano le notevoli qualità della partitura, e sono risaltate le prove degli interpreti principali, in un paio di casi ottime: Francesca Tiburzi la si è già apprezzata spesso su questo palcoscenico, per le doti di pastosità del timbro vocale, di plasticità e calore del fraseggio, di chiarezza della parola; doti confermate – e molto applaudite dal pubblico – lasciando, nell’economia del personaggio, zone di minore evidenza (dopotutto, Imogene è una donna affranta e sempre sul punto di crollare), compensate dal rilievo espressivo dell’intero primo atto e della ‘pazzia’ del finale secondo. Ragguardevole anche la prova di Francesco Verna, un Ernesto scolpito ma equilibrato, sicuro e brunito nell’emissione, nitido nella parola. Qualche sensibile fatica – intonazione, timbratura dell’emissione – per un Filippo Adami (Gualtiero) tutto sommato positivo, soprattutto in alcune fasi ‘topiche’ dell’impegnativa parte. Hanno completato il cast Alexandra Oikonomou (Adele), Riccardo Palazzo (Itulbo) e Sinan Yan (Goffredo). La direzione di Miquel Ortega ha badato quasi solo alla tenuta dell’orchestra, con bei colori qua e là (brave le prime parti solistiche nelle rispettive emersioni individuali), e ad assecondare il canto, non sempre riuscendo con pulizia nell’impresa, né risolvendo alcuni problemi di bilanciamento fonico col coro.

 

 

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