Il musical tirolese del Cavallino bianco

L’Opéra di Losanna presenta un riuscito allestimento dell’operetta di Ralph Benatzky diffusa in streaming da Arte Italia

Al cavallino bianco (foto di Jean-Guy Python)
Al cavallino bianco (foto di Jean-Guy Python)
Recensione
classica
Losanna, Opéra
Im weissen Rößl (Al cavallino bianco)
21 Dicembre 2021 - 31 Dicembre 2021

È una tradizione sempre più diffusa nei teatri lirici europei concludere l’anno con un’operetta. Anche l’Opéra di Losanna si conforma con uno dei titoli più popolari del repertorio, Im weissen Rößl (Al cavallino bianco), proposta in una serie di recite fra il 21 e 31 dicembre dello scorso anno e visibile in streaming grazie a Arte Italia.

Nonostante l’ambientazione austriaca, nella località di Sankt-Wolfgang sul Wolfgangsee nello Salzkammergut, si tratta di una delle ultime testimonianze dell’operetta jazz berlinese, da anni territorio di esplorazione della Komische Oper di Barrie Kosky. Rappresentata per la prima volta l’8 novembre 1930 nel Großes Schauspielhaus, un’enorme sala da 3500 spettatori nella Friedrichstraße a Berlino destinata al teatro di rivista e in seguito “normalizzata” dai nazionalsocialisti come Theater des Volkes, Im weissen Rössl nacque per volontà del regista Erik Charell, autore del libretto con Hans Müller-Einigen ripescando la vecchia commedia omonima di Oskar Blumenthal e Gustav Kadelburg, un successo datato 1896. Per la musica Charell si rivolse al compositore Ralph Benatzky, già allievo di Antonin Dvořák e autore di successo di operette come Casanova (1928) e Die drei Musketiere (1929), ma chiese anche aiuto a Robert Stolz per un paio di duetti, a Robert Gilbert e a Bruno Granichstaedten per dare un colore jazz oltre che a Eduard Künneke per l’orchestrazione e alcuni cori.

Proibita dal regime nazista per l’elevata quantità di sangue ebraico degli autori, l’operetta divenne subito estremamente popolare in tutto il mondo poco dopo il successo berlinese. In Italia, arriva già nel 1931 al Lirico di Milano e poi nel 1932 al Teatro Reinach di Parma, prima di una storia italiana che riprende a Bologna nel 1940 e poi a Trieste, capitale italiana indiscussa dell’operetta, dove torna di frequente dal 1950 fino ad anni molto recenti. E magari ancora qualcuno ricorda la versione del 1974 targata Rai, che produsse diverse versioni televisive, con la regia di Vito Molinari e le coreografie di Gino Landi e alcuni dei campioni del teatro leggero di allora come Gianrico Tedeschi, Paolo Poli, Maurizio Micheli, Armando Bandini e i cantanti Angela Luce, Gianni Nazzaro e Tony Renis (la versione italiana fu curata da Mario Nordio).

Al cavallino bianco (foto di Jean-Guy Python)
Al cavallino bianco (foto di Jean-Guy Python)

In Francia, Im weissen Rößl, o meglio L’auberge du cheval blanc, ci arriva nel 1932 a Parigi, al Théâtre Mogador e fra il 1948 e il 1968 al Théâtre du Châtelet trionfa con 1700 repliche. La versione andata in scena all’Opéra di Losanna è quella ormai classica del Mogador, salvo qualche necessario aggiornamento, nell’adattamento francese di Lucien Besnard e con i testi dei pezzi musicali di René Dorin. Sullo sfondo dell’albergo costruito sulla sponda del lago alpino si intrecciano le vicende del capocameriere Léopold perdutamente innamorato della proprietaria dell’albergo, Josepha Vogelhuber nata Steinlechner, che è invece attratta del giovane avvocato Guy Florès, suo affezionato cliente. Quest’ultimo si invaghisce di Sylviabelle, la giovane figlia dell’uomo d’affari marsigliese Napoléon Bistagne impegnato in un conflitto legale con il rivale Cubisol. Nello stesso albergo approda anche il frivolo figlio di Cubisol, Célestin, che flirta già durante il viaggio con Clara, figlia dello stralunato Professor Hinzelmann. La catena di innamoramenti si conclude con l’imprescindibile lieto fine celebrato in presenza nientemeno che dell’imperatore asburgico, anche lui sopraggiunto al “Cavallino bianco” per godere della pace del lago.

Estro melodico a parte (e sono davvero molte le “hit” di questa operetta), funziona ancora oggi questo idillio alpino fuori tempo massimo? Certo! Ma a patto di non prenderla (e prendersi) troppo sul serio. È il caso dello spiritoso allestimento firmato dal regista Gilles Rico, che sposta la vicenda in un immaginario Tirolo da cartolina (coloratissima) d’antan con le scene di gusto déco di Bruno de Lavenère che richiamano il mondo luccicante del cinema americano delle commedie musicali anni ’30, come il profluvio di costumi tanto sontuosi quanto spiritosi di Karolina Luisoni e le fantasiose coreografie di Jean-Philippe Guilois perfettamente intonate al ritmo da musical dello spettacolo.

Ben assortita la locandina, che non brilla per la qualità vocale dei singoli interpreti ma per la verve e l’impegno collettivo messo nell’esuberanza del progetto scenico, al quale aderiscono pienamente anche il coro “danzante” dell'Opéra de Losanna e la versatilissima Sinfonietta di Losanna diretta da Jean-Yves Ossonce. Sulla scena, Mathias Vidal, in vacanza dalle più consuete frequentazioni barocche, disegna un Léopold caricaturale nel suo incontenibile trasporto verso la bella locandiera Fabienne Conrad, vocalmente piuttosto debole ma bella ed elegante come una diva delle vecchie riviste. Funziona bene soprattutto nei duetti sentimentali la coppia dei giovani innamorati Julien Dran, che è l’avvocato dandy Guy Florés, e l’esile Clémentine Bourgoin, Sylvabelle. Degli altri, Guillaume Paire si impegna come può per dare spessore comico al suo Célestin Cubisol ma certo non ha l’ironico garbo del suo omologo italiano Sigismondo Cogoli nella storica caratterizzazione di Paolo Poli o il carisma di Bourvil nella versione parigina dello Châtelet, e un po’ evanescenti sono Richard Lahady come Professor Hinzelmann e Laurène Paternò nel piccolo ruolo della figlia Clara. Sono eccellenti nei due ruoli parlati Patrick Rocca, che è un sanguigno Napoléon Bistagne, imprenditore marsigliese, capace di conquistare la scena con battute, gag e strizzate d’occhio al pubblico, e Patrick Lapp, un imperatore “queer” nevrotico e stralunato, scortato da due muscolosi guardie del corpo che lo assistono in slip dorati a colazione e quasi seduce Napoleon Bistagne in eleganti abiti femminili anni ’20. La vera sorpresa anche vocale della serata è però la postina volante Kathi interpretata da Miss Helvetia (al secolo Barbara Klossner), che con i suoi scatenati jodel accompagnati sulla sua fisarmonica aggiunge colore e una nota genuinamente folk al surreale Tirolo della scena. Fra un volo e un altro, Miss Helvetia atterra sul palcoscenico davanti al sipario chiuso nell’intervallo per una lezione accelerata di jodel al pubblico in sala, che partecipa con divertimento come durante tutta la serata di questo scintillante spettacolo perfetto per le feste.

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Bella edizione di questo poco noto (in Italia) capolavoro del Novecento

classica

Die Fledermaus, l’operetta capolavoro di Johann Strauss jr, in un azzeccato allestimento al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, con Zubin Mehta sul podio e un allestimento e un cast davvero brillanti

classica

Al Regio di Parma applausi ma anche qualche dissenso per il nuovo allestimento con la regia di Silvia Paoli e la direzione di Jordi Bernàcer