I Wiener Symphoniker a Trieste

Con la bacchetta di Popelka e il violino di Capuçon per "Primavera da Vienna"

GD

30 marzo 2026 • 2 minuti di lettura

Petr Popelka, Renaud Capuçon e Wiener Symphoniker (Foto Wiener Symphoniker / Julia Wesely)
Petr Popelka, Renaud Capuçon e Wiener Symphoniker (Foto Wiener Symphoniker / Julia Wesely)

Teatro Politeama Rossetti, Trieste

Petr Popelka, Renaud Capuçon e Wiener Symphoniker

27/03/2026 - 27/03/2026

 Nella suggestiva cornice del Teatro Politeama Rossetti di Trieste è stata inaugurata la seconda edizione (27-29 marzo 2026) del festival "Primavera da Vienna", un ciclo annuale di tre concerti con protagonisti i Wiener Symphoniker guidati dal podio dal loro direttore principale Petr Popelka. La folta presenza del pubblico austriaco e il fatto di lasciare accese durante il concerto le luci della Sala Assicurazioni Generali (in rispetto della tradizione viennese) hanno subito chiarito quanto la kermesse ambisca a costruire un autentico ponte di scambi tra il capoluogo friulano e Vienna. La serata si è aperta con la Sinfonia n. 4 di Mendelssohn eseguita dai Wiener in modo più che ottimale dal punto di vista tecnico, ma che ha risentito della direzione troppo tenue e accomodante di Popelka. Risultata a tratti un po' tediosa, la conduzione è stata intesa all'insegna di un classicismo che ha diluito eccessivamente gli squarci romantici che pure quest'opera contempla. Inoltre, se si considera la forte influenza del consueto stile viennese, che trova la propria ragion d'essere nella compostezza e nella chiarezza levigata dei suoni, appare evidente che anche i momenti più briosi (ad esempio il celebre "Saltarello") siano rimasti leggermente bloccati in un slancio acustico non espresso pienamente e mai davvero esplosivo. Colpa anche della povertà dinamica proposta e dell'acustica della sala, per cui il suono è sembrato spesso abbastanza schiacciato. La situazione è migliorata con l'entrata in scena del violino di Renaud Capuçon, che ha offerto un'esecuzione senza fronzoli del Concerto per violino e orchestra n. 1 di Bruch. Il suono limpido e sfrigolante del notevole musicista francese ha catturato con pregnanza la passionalità dell'opera, spiccando soprattutto per intonazione (particolarmente brillante nel registro acuto dello strumento) e per la gestione di un legato sempre al servizio delle meditazioni emotive della partitura. Popelka è riuscito a ottenere un buon bilanciamento rispetto al solista, senza mai coprirne i suoni ma anzi esaltandone la bella e struggente musicalità, in alcuni frangenti opportunamente e piacevolmente cantabile. Anche le dinamiche erano decisamente più a 

fuoco, come si è percepito ascoltando la buona resa del trascinante "Allegro" finale, caratterizzato da un robusto fraseggio tra le parti. Dopo l'intervallo, i ritmi ossessivi della Settima sinfonia di Beethoven hanno infiammato il palcoscenico del Rossetti. Purtroppo, il primo movimento ha ricevuto la visita sgradita dei fantasmi della sfocata esecuzione di Mendelssohn, a causa di una cautela dinamica un po' limitante e di un fraseggio poco convinto. Molto meglio l'"Allegretto": di grande efficacia la spazializzazione timbrica del primo tema, così come la tenuta del ritmo verso il celebre crescendo che caratterizza il brano, ammantato dalla giusta tragicità introspettiva. Resta qualche isolata perplessità sullo svolgimento del tema bucolico, la cui amenità avrebbe beneficiato forse di tempi più morbidi e di colori più scavati e approfonditi. Infine, il direttore ceco ha infuso nei due movimenti conclusivi un'estrema velocità propulsiva, agitandosi spettacolarmente sul podio e conquistandosi le ovazioni del pubblico.