Happy New Ears!

Ricominciare da John Cage

Recensione
classica
È noto ai più per aver composto il brano silenzioso "4’33”, che l’autore considerava il migliore del suo intero catalogo, e per aver scritto musica scegliendo le note attraverso il lancio dei dadi, la consultazione di un antico testo oracolare cinese o rilevando le imperfezioni della carta pentagrammata. Ha dichiarato di non avere alcun talento “musicale” al punto da non riuscire a ricordare nemmeno le melodie più semplici. Eppure nel mondo quest’anno un oceano di iniziative ricorderà l’opera di John Cage nel centenario della nascita. In realtà dietro l’apparente banalità e gratuità delle sue operazioni sta una delle menti più lucide e penetranti del secolo, il Novecento, che ha attraversato quasi per intero. Allievo di Arnold Schoenberg, che lo considerava un inventore di genio, Cage con la sua opera ha influenzato artisti di ogni disciplina, e la sua musica merita di essere considerata tra le più significative del Novecento.

Spesso ridicolizzato, considerato un provocatore o al contrario esaltato incondizionatamente come un guru, l’occasione è proficua per andare alla scoperta di un pensiero radicale ma coerente, anarchico ma disciplinato, spiazzante ma mai gratuito, fondato su un’altrove che a volerlo indagare rivela una ricchezza e una lucidità di analisi di esemplare intensità. Il panorama editoriale italiano non offre molto (la traduzione dei suoi scritti, le lunghe conversazioni con Daniel Charles raccolte in "Per gli uccelli", buona parte del libro di Michele Porzio "Metafisica del silenzio", "Lettera a uno sconosciuto" curata da Richard Kostelanetz, il volume antologico proposto da Mudima, il n. 15 della rivista Riga), ma basta una discreta conoscenza dell’inglese per incontrare autentici tesori. La biografia di Daniel Revill "The Roaring Silence", lo studio di James Pritchett "Not such a Thing as Silence-JC’s 4’33” di Kyle Gann, le raccolte curate da M. Perloff e C. Junkermann ("JC–Composed in America"), da D. W. Patterson ("JC-Music, Philodophy, and Intention, 1933-1950"), e da Julia Robinson, contengono analisi competenti e approfondimenti di grande acume.

La natura dell’opera e del pensiero di John Cage stimola interventi e riflessioni provenienti da una molteplicità di soggetti, dai musicisti ai filosofi, dai cineasti ai danzatori, dai letterati agli artisti visivi, dal mondo del teatro a quello della scienza, dalla politica all’economia. Non-esclusività, pluralità di centri, strutturazione anti gerarchica, molteplicità, costruzione di futuri alternativi, sperimentazione sociale, modifica di sé, non linearità; sono questi i nodi del suo pensiero, sono queste le questioni che a venti anni dalla sua morte non hanno perso significato, ma continuano a rimbalzare in ogni indagine sul presente, sulla condizione umana, sul nostro futuro. L’eredità di John Cage non si esaurisce quindi in ciò che del suo lavoro viene preso in considerazione dall’estetica e dall’analisi musicale, dalla musicologia e dalla teoria delle arti ma suscita implicazioni filosofiche, politiche, religiose, ecologiche, scientifiche. La sua musica rimane però centrale in ogni indagine, ed è giusto riportare l’attenzione all’ovvio: John Cage è stato un compositore, e così va ricordato e ripensato. Dunque Happy New Ears!


ù

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Splendida direzione di Mariotti e buon cast. Livermore questa volta sorprende con una regia semplice e intimista, quasi

classica

Successo per l’efficace Tamerlano con la direzione di Ottavio Dantone e la regia di Stefano Monti

classica

Nozze di Figaro al Teatro del Giglio