Gruppo di famiglia in un inferno

Die ersten Menschen  (Foto Matthias Baus)
Die ersten Menschen (Foto Matthias Baus)
Recensione
classica
Frankfurt am Main, Oper Frankfurt (Opernhaus)
Die ersten Menschen
02 Luglio 2023 - 20 Luglio 2023

Interno domestico. All’apparenza tutto si svolge all’insegna della normalità. Le due finestre mostrano un luminoso paesaggio di campagna. Lui, Adahm, sta curando le sue piantine, lei, Chawa, casalinga annoiata, gli manifesta un robusto desiderio di sesso. Che qualcosa non vada proprio nel verso giusto lo si capisce quando arriva il primogenito Kaijn, visibilmente disturbato, ma soprattutto quando l’altro figlio, Chabel, entra in casa scendendo da una scaletta verticale protetto da una maschera antigas. Poi i due giovani uomini litigano violentemente e fanno crollare le sottili pareti di quella cucina-salotto rivelando scaffalature piene di cibo in scatola e gruppi elettrogeni. Non si tratta affatto una situazione normale quella vissuta da questa famiglia dagli evidenti tratti disfunzionali o meglio, è situazione normale come può esserlo una vita da ultimi (forse) esseri umani rinchiusi in un bunker per salvarsi da una qualche catastrofe epocale.

È l’idea alla base del nuovo allestimento del regista Tobias Kratzer per l’Oper Frankfurt, l’ultimo della stagione, di Die ersten Menschen (I primi esseri umani) di Rudi Stephan su un libretto dello scrittore e drammaturgo Otto Borngräber tratto dal suo omonimo dramma, o piuttosto “mistero erotico”, completato nel 1908 e bandito dai teatri bavaresi per blasfemia dopo la prima a Monaco nel 1912. Scomparsa per decenni dalle scene (salvo qualche sporadica , quest’opera torna ora a Francoforte dov’è stata tenuta a battesimo nel 1920, dopo la riesumazione in tempi moderni nel 2009 a Freiburg in forma di concerto e soprattutto nella versione scenica vista all’Holland Festival  di Amsterdam nel 2021.

Fedele alla sua cifra di sempre, Kratzer inventa una storia parallela nella quale incasella la vicenda immaginata da Borngräber dalle evidenti ascendenze bibliche trasposte nelle inquietudini del primo Novecento. Del tutto indifferente agli psicologismi di cui gronda il testo, il metodo Kratzer prevede la costruzione di un meccanismo quasi cinematografico con la complicità del suo scenografo e costumista di fiducia Rainer Sellmaier, che allestisce due ambienti per i due atti dal segno iperrealista: nel primo un bunker “mascherato” da tranquilla residenza di campagna, e nel secondo, il mondo di sopra, un devastato paesaggio apocalittico come dopo una catastrofe. Soprattutto in questo paesaggio, Kratzer dà libero sfogo al solito repertorio di turpitudini, goliardate e molte insensatezze, che si assommano al già morboso plot del testo di Borngräber. La combinazione del linguaggio esaltato e palesemente antinaturalista del libretto con le immagini cinematografiche del palcoscenico produce un curioso effetto straniante, che evidenzia, prima ancora che una discrasia di senso, una sostanziale indifferenza alla drammaturgia del materiale originale. Ma così funziona il metodo Kratzer.

Anche più straniante in questo contesto è l’apporto musicale guidato con grande foga e slancio quasi febbrile da Sebastian Weigle, al suo ultimo impegno ufficiale come direttore musicale del teatro. La densa scrittura orchestrale di Rudi Stephan viene restituita dalla Frankfurter Opern- und Museumsorchester in tutto il suo turgore sinfonico e ricchezza timbrica. Una bella sfida per le quattro voci sul palcoscenico, tutte comunque ben attrezzate. Non lavora troppo di fino sul personaggio di Chawa Ambur Braid che si distingue soprattutto per la vigorosa prova vocale. Più compiuto invece l’Adahm di Andreas Bauer Kanabas, basso dalla voce piena ed espressiva. Buone le prove dei due figli Chabel, la vittima, che è Ian Koziara alle prese con un ruolo molto spinto ma affrontato con onore, e Kajin, il carnefice, che è uno Iain MacNeil fin troppo calato nel ruolo, eccessi compresi.

Titolo non facilissimo ma accolto con grande calore dal pubblico.

 

 

 

 

 

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