Francesca introspettiva e anarchica

La Deutsche Oper di Berlino presenta un riuscito allestimento dell’opera di Zandonai di Christof Loy con la direzione di Carlo Rizzi e due ottimi protagonisti

Francesca da Rimini (Foto Monika Rittershaus)
Francesca da Rimini (Foto Monika Rittershaus)
Recensione
classica
Deutsche Oper di Berlino
Francesca da Rimini
14 Marzo 2021

Dopo Das Wunder der Heliane di Korngold, con la Francesca da Rimini di Zandonai il regista Christof Loy porta sulla scena della Deutsche Oper un’altra tragedia che ha per protagonista un’altra donna in lotta per la sua felicità personale e, per questo, vittima della violenza maschile. Ma se il destino di Heliane è oggetto di una “negoziazione sociale” da parte del consorte monarca, cioè l’uxoricida agisce ma solo dopo aver sollecitato un giudizio collettivo, quello di Francesca si consuma fra le mura domestiche e nondimeno estranee per un atto che prescinde dalla legge. Per questo, secondo il regista, l’opera di Zandonai è “più introspettiva, più privata, più anarchica, più cruda”. Ma c’è anche dell’altro: se Heliane è una creatura per molti versi immateriale, Francesca è una donna vera e ben determinata a vivere fino in fondo il suo amore con Paolo, nonostante le convenzioni sociali e a dispetto dell’inganno subito che l’ha intrappolata in un matrimonio con il più anziano e deforme fratello Gianciotto. È soprattutto il ritratto di una “femme fatale” guidata da libido e destrudo, che si coglie in questa Francesca di Loy nella carnalità dei suoi amplessi con Paolo e nella sua esaltata ebbrezza durante il crudo scontro fra i guelfi Malatesta e i ghibellini Parcitadi nel secondo atto ma anche nella sua ambigua attrazione fatale con il sanguinario cognato Malatestino, che, come a una novella Salome, le offre la testa mozzata del prigioniero per calmare la donna turbata dalle sue urla. Ingabbiata in un mondo di maschi violenti – e quello della Rimini dei Malatesta non è certo migliore da quello della Ravenna che le ha dato i natali – Francesca non cede ai presagi infausti della sorella Samaritana prima che si consumi il tradimento ordito dal fratello Ostasio né agli incubi che turbano il suo sonno poco prima che la morte la colga per mano di Gianciotto: coerente fino alla fine, abbraccia la morte indissolubilmente legata all’amore, quello che non conosce e accetta inganni.

Mentre già annuncia una trilogia femminile che si compirà con la Els di Der Schatzgräber di Schreker (o forse addirittura una tetralogia con anche la Silvana de La fiamma di Respighi), Christoph Loy sceglie una chiave visiva simile alla Heliane per questa sua nuova Francesca da Rimini ma meno austera e non di rado ispirata a un evidente gusto pittorico. L’ambiente unico disegnato come una grande parete con tappezzeria floreale dallo scenografo Johannes Leiacker si apre al centro in una finestra che è quasi un boccascena al di là del quale si svolge l’artificioso teatro dei tragici eventi con luminosi fondali dipinti di paesaggi italiani con rovine classiche o foschi notturni nebbiosi. Il costumista Klaus Bruns veste tutti i maschi in uniforme impiegatizia nera e camicia bianca, con fantasie floreali le donne di Francesca ma concede vari cambi d’abito alla primadonna (con anche una pelliccia da pupa del gangster come dono di nozze) e all’onnipresente giullare “peste di Romagna” che è vittima del pestaggio degli sgherri di Ostasio perché quelli come lui sono “lingue di femminelle, tutto sanno, tutto dicono; van pe ’l mondo a spargere novelle e novellette”, per citare i versi del poeta.

Come in Heliane si ritrova Sara Jakubiak che anche di questa Francesca offre un ritratto ad alta temperie drammatica e doti attoriali non comuni, come anche nel resto del cast ma, come sempre, occorre dare atto della grande perizia di Loy nella direzione attoriale. Riuscitissime le prove dei tre Malatesta dal focoso Paolo di Jonathan Tetelman, tenore di grande slancio e notevole tenuta vocale, al tenebroso Gianciotto di Ivan Inverardi, baritono dalla linea nobile e abilissimo nello scandaglio interiore, all’insinuante Malatestino di Charles Workman, non meno efficace nel rendere in modo credibile e misurato gli eccessi del personaggio. Molto corpose e drammaticamente incisive le prove di Samuel Dale Johnson come Ostasio e di Alexandra Hutton come Samaritana, mentre un soffio di infantile leggerezza nella torbida vicenda portano le quattro damigelle di Francesca che sono Meechot Marrero(Biancofiore), Mané Galoyan (Garsenda), Arianna Manganello (Altichiara), Karis Tucker (Adonella), soprattutto nel gioco con il fresco giullare Dean Murphy, una leggerezza appena incrinata dalle ombre della Smaragdi di Amira Elmadfa. Andrew Dickinson come Ser Toldo Berardengo, Patrick Cook come balestriere e Thomas Lehman come torrigiano completano un cast vocale assemblato con mano felice e con pressoché nessuna debolezza. Nonostante la distanza fisica dal palcoscenico (l’orchestra suona in una sala prove), particolarmente riuscita è sembrata anche la prova del direttore Carlo Rizzicapace di trovare il giusto equilibrio nel composito universo sonoro di Zandonai fra languori floreali e turgori melodrammatici veristi. Infallibile il suo senso teatrale come il rilievo ai passaggi più intimisti sottolineati dal bel disegno degli interventi solistici dei componenti dell’Orchestra della Deutsche Oper in grande spolvero come il coro del teatro, presenza fisicamente impalpabile ma musicalmente autorevole.

Ormai è una costante la straniante assenza di applausi alla fine della rappresentazione ma alla Deutsche Oper si guarda all’imminente esperimento berlinese con tamponi in tempo reale ma soprattutto si possa riempire di pubblico almeno una parte dei 1865 posti della grande sala di sulla Bismarckstraße.

 

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