Fano Jazz: terra, aria, fuoco e acqua

Un ideale viaggio tra gli elementi nel vasto cartellone 2019 di Fano Jazz By the Sea

Sosa-Ovalles-Canizares (foto di Mirko Silvestrini) Fano Jazz 2019
Sosa-Ovalles-Canizares (foto di Mirko Silvestrini)
Recensione
jazz
Fano
Fano Jazz By the Sea 2019
24 Luglio 2019 - 27 Luglio 2019

 

Tra i più consolidati appuntamenti estivi nazionali con la musica jazz, Fano Jazz By the Sea è giunto quest’anno alla sua ventisettesima edizione, animando la città marchigiana dal 20 al 28 luglio – prevista inoltre un’appendice il 24 agosto dedicata a Enrico Rava – attraverso un’offerta variegata di concerti, che hanno avuto protagonisti artisti quali, tra gli altri, Terence Blanchard, Joshua Redman, Jacob Collier, Donny McCaslin, Jaques Morelenbaum, Dobet Gnahoré.

In questo vasto cartellone abbiamo scelto quattro giornate – dal 24 al 27 luglio – nelle quali girovagare tra i luoghi del festival guidati da quell’ideale bastone del rabdomante musicale che è la curiosità. Così, passando dall’Exodus Stage ospitato nella dimensione raccolta della Pinacoteca San Domenico, agli ambienti all’aperto degli Young Stage e Main Stage della Rocca Malatestiana, ci siamo ritrovati a perlustrare idealmente i quattro elementi in musica: terra, aria, fuoco e acqua sono stati infatti evocati in un modo o nell’altro dalle diverse giornate, con liberi rimandi ed estemporanee suggestioni più o meno dirette (tra le cause che hanno indotto questi accostamenti non si esclude il solleone raccolto in occasione della doverosa capatina in spiaggia).

Terra (24 luglio)

Il primo concerto che abbiamo seguito ha rappresentato un incontro di terre differenti, geograficamente vicine ma distanti in quanto a identità, tradizioni e cultura. Due isole, la Sardegna e la Sicilia, incarnate nella sera di mercoledì 24 luglio sul palcoscenico principale della Rocca Malatestiana dalla tromba e dal flicorno di Paolo Fresu e dal violoncello di Giovanni Sollima, le cui individualità solistiche si sono innestate nell’impasto timbrico espresso dall’Orchestra da Camera di Perugia. Un progetto, quello presentato dai due artisti, denominato emblematicamente Two Islands, a significare l’incontro di due mondi circoscritti e ben definiti ma aperti a dialoghi e confronti proprio per il loro essere luoghi di approdi e di partenze.

Così, fondendo la libertà della musica improvvisata e la pregnanza di tradizioni musicali variamente stratificate, Fresu e Sollima hanno alternato loro composizioni originali e brani di diversi repertori, offrendo un suggestivo viaggio in una fantasia espressiva la quale, più che risultare condivisa in maniera univoca, pareva territorio di confronto costante e fecondo. Un intreccio di storie narrate con le differenti voci dei due artisti, un terreno da perlustrare in diverse direzioni, il quale ora risuonava, attraverso le corde del violoncello di Sollima, di una miscela stilistica fatta di profumi minimalisti e sapori orientali, di omaggi al barocco di Alessandro Scarlatti ed evocazioni modali, ora riecheggiava delle morbide curve tematiche disegnate dal flicorno di Fresu, appena impreziosite da un uso parco dell’elettronica, confermando ancora una volta la vocazione lirica – quasi operistica, si direbbe – dell’innata vena melodica del musicista di Berchidda. Un dialogo che l’Orchestra da Camera di Perugia ha saputo assecondare con bella affinità, sostenendo l’alternanza un poco omogenea di dialoghi e spazi solistici che hanno tratteggiato questo racconto di terre differenti eppure simili, salutato dal convinto consenso del numeroso pubblico presente.

Paolo Fresu e Giovanni Sollima (Foto di Erika Belfiore)
Paolo Fresu e Giovanni Sollima (Foto di Erika Belfiore)

Aria (25 luglio)

Una sensazione molto simile a una ventata d’aria fresca l’abbiamo percepita il giorno successivo, giovedì 25 luglio, a partire dal “solo” di Maria Grand, contributo della giovane artista – nata in svizzera ma adottata dalla città di New York a partire dal 2011 – a quel meritorio percorso di riflessione sul tema sempre drammaticamente attuale della migrazione proposto dalla sessione del festival denominata Exodus Stage – Gli echi della migrazione, ospitata nella Pinacoteca San Domenico. Qui, imbracciando il suo sax tenore, sollecitando a tratti un gong e intervallando gli interventi strumentali con vaghi innesti cantati, la Grand ha restituito un percorso di ascolto coinvolgente, fresco e ben tratteggiato attraverso una padronanza strumentale solida e una identità espressiva tanto personale quanto variamente debitrice di stili e figure di riferimento più o meno riconoscibili, il tutto miscelato con un’originalità di fondo capace di smarcare questa strumentista da qualsivoglia confronto.

Un carattere che è emerso in maniera ancora più dinamica ed efficace subito dopo, quando la stessa Grand, congedatasi dalla più riflessiva dimensione solista, è salita sullo Young Stage del Jazz Village a completare il suo trio che vedeva impegnate anche Linda May Han Oh al contrabbasso – il cui talento avevamo già incontrato al festival Bergamo Jazz edizione 2018 – e Savannah Harris alla batteria. Al di là delle suggestioni legate alla comunanza generata da origini e tradizioni differenti – europea, asiatica e afroamericana – declinata tutta al femminile, le tre artiste hanno dimostrato una freschezza espressiva davvero coinvolgente, offrendo brano dopo brano soluzioni dialogiche piacevolmente efficaci ma mai scontate, restituendo anche nei momenti solistici una padronanza virtuosistica gestita con vivace leggerezza. Un trio dall’interplay fluido e coinvolgente, capace di regalarci quasi un’ora e mezza di musica che è volata via come una piacevolissima ventata di aria fresca.

Una brezza che si è mutata in vento forte dal nord passando al concerto serale ospitato sul Main Stage, dove il Portico Quartet – qui presente in esclusiva italiana – ha proposto un’alchimia musicale che si colloca in qualche modo nell’ambito della new wave del British Jazz più recente, una miscela che mescola pattern minimalisti al gamelan balinese, decise ruvidità rock a un jazz elettronico di confine. Duncan Bellamy (batteria, elettronica e leader di fatto del gruppo) Milo Fitzpatrick (basso), Keir Vine (hang, tastiere), Jack Wyllie (sax, tastiere) erano già passati per Fano nel 2011 e in questa occasione sono tornati per presentare, tra l’altro, un nuovo lavoro discografico – Memory Streams – la cui uscita è prevista per il prossimo autunno. Una serata musicale densa e serrata nella quale si sono susseguite affilate folate di impasti timbrici densi e glaciali al tempo stesso, dove all’incedere incalzante di una batteria innescata su basi ritmiche campionate rispondeva il dialogo inesorabile del basso e dei tappeti armonici delle tastiere, il tutto intervallato dalla fugace scia melodica del sax e spesso accompagnato dal suono metallico del mantra timbrico generato dallo hang. Un mondo musicale che pare scaturito da una curiosa mescolanza di rimandi che possono richiamare ora certo minimalismo mistico (Terry Riley o La Monte Young, per intenderci), ora atmosfere vagamente garbarekiane, fino a far balenare vaghi ricordi delle sonorità vicine al pop elettronico dei Kraftwerk. Suggestioni che i componenti del Portico Quartet riconducono alla densità compatta della loro musica, salutata alla fine dagli applausi del pubblico presente.

Fuoco (26 luglio)

Potente e intensa densità strumentale e trascinante calore espressivo hanno caratterizzato la giornata di venerdì 26 luglio, avviata dall’esibizione di Dan Kinzelman nel quadro dell’Exodus Stage. Titolata Resist/Evolve, la performance del sassofonista originario del Wisconsin ma da tempo attivo nel nostro paese ha perlustrato l’intero arco espressivo del sax tenore, andando oltre i limiti strumentali per così dire “tradizionali” attraverso tecniche e soluzioni originali che gli hanno permesso di plasmare quasi mezz’ora di flusso sonoro pregnante e inesausto. Muovendo dal fondo della ex chiesa di San Domenico, Kinzelman ha attraversato tutto lo spazio sia fisicamente, un passo dopo l’altro fino a raggiungere l’altare principale, sia acusticamente, distribuendo il suono del suo strumento attraverso i riverberi cangianti delle diverse arcate. Uno spazio acustico nel quale il suono si è dispiegato senza soluzione di continuità grazie alla tecnica della respirazione circolare. Un magma timbrico multiforme, ora tratteggiato tra soffi e sibili, ora esploso in rauchi incendi timbrici, ora ricondotto a veloci saliscendi armonici nei quali il suono del sax pareva sublimato attraverso un sapiente uso dell’ancia. Una sorta di viaggio personale intenso e impegnativo, condiviso con un pubblico attento e, alla fine, giustamente generoso di applausi.

Di segno decisamente differente ma altrettanto “caloroso” il concerto che vedeva impegnati sul palco del Main Stage Omar Sosa (piano, fender rhodes, effetti), Yilian Cañizares (violino e voce) – una coppia questa che abbiamo già avuto modo di seguire lo scorso anno a Cremona Jazz – e Gustavo Ovalles (percussioni) quale ospite speciale. Un trio affiatato che ha trascinato il pubblico in una danza ideale e continua, nutrita da un lato dalla girandola di ritmi afro-cubani alimentati dalla maestria e dalla trainante fantasia di Ovalles, e dall’altro da oasi liriche – a tratti dolcemente melanconiche – evocate dalla calda voce della Cañizares, ora intrecciata al suono sicuro del suo violino, ora assecondata dalle tastiere dalle armonie variegate di Omar Sosa. Un concerto trascinante, dal fascino caldo e immediato che, proponendo diversi brani dal recente lavoro discografico titolato Aguas, ha inoltre regalato allegri passi di danza come dialoghi strumentali efficaci e coinvolgenti, con la Cañizares intenta a indurre in accompagnamenti estemporanei un pubblico neppure troppo restio d una partecipazione che ha suggellato la serata tra coinvolgimento e apprezzamento.

Acqua (27 luglio)

Qui il racconto critico muta in cronaca, perché il riferimento al quarto elemento, lungi dall’essere sgorgato da chissà quale suggestione musicale, è legato molto più prosaicamente all’insistente maltempo che ha costretto ad annullare il concerto serale di sabato 27 luglio, che avrebbe visto protagonista il gruppo GoGo Penguin, formazione di Manchester la cui presenza a Fano era prevista anche lo scorso anno per una serata anch’essa annullata forzatamente all’ultimo minuto. Una giornata non proprio fortunata, bisogna ammetterlo, mitigata comunque dall’appuntamento dell’Exodus Stage, al chiuso della Pinacoteca San Domenico, dove si è esibito Adam Ben Ezra, contrabbassista e polistrumentista di Tel Aviv, protagonista di un’originale performance applaudita con convinzione dal pubblico che è riuscito, tra uno scroscio di pioggia e l’altro, a raggiungere la sede del concerto.

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