Fano Jazz by the Sea 2022, tra scoperte e liberazioni

Per la sua XXX edizione il festival ha offerto un programma vario, muovendosi tra l’anima etno-classica di Isfar Sarabski e il moto perpetuo e “liberatorio” dei GoGo Penguin

Isfar Sarabski (foto Andrea Rotili)
Isfar Sarabski (foto Andrea Rotili)
Recensione
jazz
Fano
Fano Jazz by the Sea
27 Luglio 2022 - 30 Luglio 2022

Trent’anni non sono pochi per un festival come Fano Jazz by the Sea, una manifestazione che ha saputo ritagliarsi una propria identità in un panorama nazionale abitato da realtà spesso appollaiate su posizioni ora di sussiegosa rendita, ora di bolsa retroguardia ora ancora di avanguardia autoreferenziale, fatte salve, naturalmente, le debite eccezioni.

La realtà diretta da Adriano Pedini ha quindi accettato la scommessa rappresentata da una edizione che, da un lato, per le sue 30 candeline portava il peso simbolico di un traguardo da celebrare e, dall’altro lato, doveva fare i conti con il panorama contingente il quale – come ormai per gran parte delle realtà musicali e culturali della nostra penisola – costringe a navigazioni a vista sia sul versante programmatico-artistico sia su quello economico-finanziario.

Un quadro nel quale la chiave di volta – che ci piace pensare ideale rimando alla figura all’apice dell’Arco d’Augusto, uno dei simboli della città marchigiana – è stata quindi trovata grazie a un programma che è riuscito a coniugare una rassicurante qualità alternata a coinvolgenti scoperte, il tutto sugellato dall’epifania decisamente liberatoria relativa all’apparizione, dopo i diversi rinvii degli anni passati, dei GoGo Penguin, formazione finalmente presente sul palcoscenico principale del festival.

GoGo Penguin (foto Andrea Rotili)
GoGo Penguin (foto Andrea Rotili)

Chi scrive ha dovuto lasciare alla cronaca i primi appuntamenti: il concerto-anteprima di venerdì 22 luglio presso – per l’appunto – l’Arco d’Augusto con la band del trombonista statunitense Fred Wesley, seguito dall’apertura ufficiale presso la Rocca Malatestiana affiata a Noa sabato 23 luglio. Un programma proseguito, per citare solo gli appuntamenti del Main Stage, con i Sons of Kemet del sassofonista Shabaka Hutchings (24 luglio), seguiti da Louis Cole e dal suo connubio tra jazz e pop (25 luglio) e dalla giovane sassofonista Nubya Garcia (26 luglio).

La melodia e la tradizione

Arrivati a Fano mercoledì 27 luglio, ci siamo subito immersi nelle peregrinazioni sonore di Dimitri Grechi Espinoza, il cui sax tenore ha giocato con il consistente riverbero della chiesa che ospita la Pinacoteca San Domenico, una delle sedi dell’Exodus Stage “Gli echi della migrazione”. Quello offerto da Espinoza è stato un tracciato acustico tratteggiato attraverso rimandi armonici e disegni melodici distesi, dove riferimenti a repertori differenti divenivano momenti di indagine dedicata a un percorso espressivo diverso rispetto a precedenti tragitti seguiti da questo musicista non nuovo a questa sezione del festival, segnato questa volta da un approccio più staticamente melodico e armonicamente composto.

Isfar Sarabski (foto Mirko Silvestrini)
Isfar Sarabski (foto Mirko Silvestrini)

Nella stessa sera abbiamo seguito sul Main Stage il quartetto del pianista azero Isfar Sarabski, formazione animata da una gran voglia di comunicare quanta musica i quattro componenti hanno nelle loro menti e nei loro strumenti, a partire dal pianoforte dello stesso Isfar Sarabski – segnato da una densa miscela di rimandi folklorici innestati su un humus nutrito di tradizione classica occidentale – e comprendendo Behruz Zeynal e le sue incursioni con il tar, strumento connotato dal segno metallico del proprio timbro, Makar Novikov e il suo solido contrabbasso, oltre al nerbo fermo e concreto ma al tempo stesso duttile di Sasha Mashin alla batteria. Una esibizione che è stata l’occasione per apprezzare il gusto multiforme e raffinato espresso dalla cifra compositiva di Sarabski, scaturita dai diversi brani tratti dal recente album Planet e avvalorata dal suo pianismo connotato da una sorta di respiro chopiniano dal palese segno comunicativo, la cui qualità ha saputo miscelare il sapore delle radici folkloriche del suo paese di origine, con il fascino esercitato da un occidente rappresentato da un lato dal clima europeo del Debussy del “Claire de lune”, composizione restituita attraverso un’originale rilettura strumentale, e dall’altro dagli Stati Uniti incarnati dal Gershwin di “Someone to Watch Over Me”, proposto come bis a piano solo omaggiando il grande compositore di Brooklyn ed evocando – con ogni probabilità involontariamente – il fascinoso immaginario di una delle scene più iconiche del film Manhattan di Woody Allen.

Il suono e il timbro

Il giorno seguente, giovedì 28 luglio, abbiamo preso posto in quello spazio al tempo stesso immanente e astratto rappresentato dalla ex Chiesa di San Francesco, altra sede dell’Exodus Stage e luogo di Fano dalla palese suggestione per quel particolare connubio tra la struttura di una chiesa che risale alla seconda metà del XIII secolo d.C. e diroccata ormai da quasi un secolo, il cielo come soffitto e i piccioni come dinamici condòmini.

Luca Aquino (foto Andrea Rotili)
Luca Aquino (foto Andrea Rotili)

In questo contesto Luca Aquino ha condotto la sua personale indagine sul suono della sua tromba ma non solo, proponendo una sorta di peregrinazione titolata Icaro Solo e composta attraverso tratteggi melodici più o meno riconoscibili, il timbro sempre pregnante del suo strumento ed elaborazioni elettroniche che miscelavano suggestioni e rimandi i più differenti. Il tutto disegnato attraverso un tracciato connotato da una consapevole e misurata eleganza espressiva.

Un carattere, quello relativo al lavoro sul suono e sul timbro, che abbiamo ritrovato con segno affatto differente anche in occasione del successivo appuntamento ospitato sul Main Stage della Rocca Malatestiana. Un appuntamento che ha visto protagonista Eivind Aarset, artista norvegese qui impegnato a presentare il progetto racchiuso nel recente album Phantasmagoria, or A Different Kind of Journey, nel quale il chitarrista e compositore raccoglie brani particolarmente ispirati, la cui restituzione è stata condivisa con colleghi quali Audun Erlien – basso elettrico – Erland Dahlen – batteria, percussioni saw, chimes – e Wetle Holte – batteria, percussioni, elettronica.

Eivind Aarset (foto Andrea Rotili)
Eivind Aarset (foto Andrea Rotili)

Quello sgorgato da questa formazione è apparso come una sorta di flusso sonoro coinvolgente e a tratti sorprendente, nutrito da una fantasia compositiva che la chitarra di Aarset ha declinato con solida presenza tecnica attraverso indagini timbriche le più varie, immergendo il profilo armonico dei differenti brani in un fluire variegato e, al tempo stesso, coerente. Il tutto legato da un’affinità espressiva condivisa dai quattro musicisti e capace di miscelare elaborazioni timbriche affilate e sofisticate con un incalzare ritmico che le due batterie di Erland Dahlen e Wetle Holte hanno saputo gestire con una intelligenza strumentale tutt’altro che scontata. Un impasto musicale davvero vario ed efficace, che Eivind Aarset ha plasmato con palese personalità grazie alle corde del suo strumento, condotte attraverso alcune oasi di decantata riflessività così come diversi momenti più dinamici, raggiunti attraverso un incalzare progressivo, frutto di stratificazioni ritmico-strumentali dalla trascinante e diversificata connotazione timbrica.

Il messaggio e la liberazione

Giovanni Guidi, nel suo spazio solistico di venerdì 29 luglio, ci ha accompagnati in un percorso personale, intimo e profondamente sentito. Una sorta di “messaggio in musica” con il quale l’artista ha riletto il tema “Gli echi della migrazione”, sparpagliandolo attraverso i tasti del suo pianoforte tra le colonne scrostate e il cielo screziato di nuvole della ex chiesta di San Francesco. Un percorso musicale – come ha spiegato lo stesso musicista – personale e socialmente impegnato al tempo stesso, costruito come una sorta di testimonianza contro gli stereotipi in generale – dall’immigrazione agli indirizzi sessuali, dalle identità sociali agli afflati solidali – imperniata sulla figura di Pier Paolo Pasolini, del quale quest’anno ricorre il centenario dalla nascita e del quale in questo frangente sono state rievocate testimonianze registrate dello stesso poeta e intellettuale, oltre che di Ninetto Davoli e di Fabrizio De André.

Giovanni Guidi (foto Erika Belfiore)
Giovanni Guidi (foto Erika Belfiore)

Di quest’ultimo ci è parso che il pianoforte di Guidi abbia rievocato alcuni frammenti della melodia de “La canzone dell’amore perduto”, ideale omaggio allo stesso cantautore genovese o forse anche all’Adagio del Concerto per tromba, archi e basso continuo di Georg Philipp Telemann al quale lo stesso De André si era ispirato. Un momento intenso nel quadro di un percorso pianistico genuino e coinvolgente, che Guidi ha saputo restituire con gusto efficace, partendo da evocazioni di rimandi popolari partenopei fino a scorci espressivi più personali.

Alla sera, nonostante un principio di pioggia che pareva voler ribadire quella sorta di maledizione (ora possiamo dirlo) che ha ipotecato l’esibizione dei GoGo Penguin alla kermesse di Fano negli ultimi quattro anni, la formazione inglese si è finalmente esibita, regalando al numeroso pubblico presente una sensazione appagata e liberatoria.

GoGo Penguin (foto Andrea Rotili)
GoGo Penguin (foto Andrea Rotili)

A giudicare dal coinvolgimento del pubblico stesso, il dato di soddisfazione ha dunque avuto di gran lunga la meglio sulle cassandre metereologiche, trascinando una platea da tutto esaurito o quasi in una serata di musica tesa e coinvolgente, distillata con compatta pregnanza dai compenti della formazione britannica, vale a dire Chris Illingworth al pianoforte, Nick Blacka al contrabbasso e Jon Scott – ultimo arrivato nella formazione – alla batteria.

Segno distintivo del trio di Manchester è quella sorta di sintesi tra minimalismo, fusion e pop che ne connota una produzione musicale dal fascino immediato e trascinante. Un dato che i tre musicisti tratteggiano attraverso una definizione sostanzialmente netta di piani timbrico-strumentali, a partire dal pianoforte di Illingworth, nutrito di riverberi ed effetti elettronici che dilatano l’incedere sonoro costruito ora su reiterate cellule melodico-armoniche, ora su perpetui circuiti arpeggiati, ora ancora su inesorabili successioni accordali. Una materia musicale restituita con una palese solidità tecnica che il pianista condivide con il carattere funambolico del contrabbasso di Blacka e i complessi e trascinanti scarti ritmici della batteria di Scott. Un amalgama sonoro che procede serrato, a tratti granitico anche nei momenti meno incalzanti – si veda, per esempio, il brano “Ocean in a Drop” tratto dall’omonimo album del 2019, o il recente singolo “The Antidote Is in the Poison” – il cui vero limite si trova nell’assenza di varietà armonica unita ad una cifra timbrica al tempo stesso stentorea e uniforme.

La ricerca e il divertimento

Tornati sabato 30 luglio dell’Exodus Stage della ex chiesta di San Francesco, abbiamo seguito una nuova tappa del percorso di ricerca che Anais Drago sta conducendo omani da qualche tempo sul suo strumento. La violinista, infatti, è protagonista di una indagine nella dimensione solistica documentata anche nell’album Solitudo, ideale sfondo antecedente al diverso materiale proposto in questa occasione. Alla sua terza presenza al festival di Fano, la Drago ha offerto un programma articolato in due sezioni, la prima delle quali costruita attraverso l’assemblaggio di momenti anche molti diversi tra loro, accomunati da una esplorazione strumentale capace di estrapolare piani espressivi originali dalle corde ora del violino tradizionale ora dalla sua versione elettrica. Un susseguirsi di frammenti legato anche da innesti e sovrapposizioni timbrico-motiviche scaturite dalla loop station, elemento ripreso poi anche nella seconda parte del programma, dedicato ad una sorta di narrazione musicale che ha posto al centro delle riflessioni sonore e strumentali della musicista il mito del Minotauro.

Anais Drago (foto Erika Belfiore)
Anais Drago (foto Erika Belfiore)

Ad abitare il Main Stage nella serata di sabato 30 sono arrivati infine i componenti del Neue Grafik Ensemble e precisamente il fondatore Fred N-Thepe alle tastiere, Asaph Kolakale al basso, Poppy Daniels alla tromba, Faye Thompson al sassofono e un trascinante Ayman Sinada alla batteria. Formazione capace di esprimere una vivacissima miscela di jazz, house e hip-hop, nutrita di un’innata tendenza a una contaminazione che fonde le origini africane e le radici parigine dello stesso Fred N-Thepe, anche in questa occasione il Neue Grafik Ensemble ha saputo confermare la varietà coinvolgente della sua produzione musicale, restituendo brano dopo brano anche quella componente di divertimento che lega i diversi musicisti dell’ensemble. Una compagine che ha evocato, tra l’altro, il recente album titolato Foulden Road Pt. II, lavoro dedicato ad Adama Traoré, un ragazzo di colore di 24 anni morto in circostanze controverse nel 2016 in una banlieue di Parigi durante il suo movimentato arresto. Una musica capace di coniugare divertimento e impegno, insomma, elementi miscelati in una materia sonora multicolore, screziata dall’elettronica delle tastiere di Fred N-Thepe, attraversata dagli interventi ora all’unisono ora a “solo” dei fiati di Daniels e Thompson, il tutto saldamente ancorato al solido binomio ritmico composto dal basso di Kolakale e dalla batteria di Sinada.

Neue Grafik Ensemble (foto Andrea Rotili)
Neue Grafik Ensemble (foto Andrea Rotili)

Per la cronaca, la 30ma edizione di Fano Jazz by the Sea si è poi chiusa con la sera del 31 luglio in occasione dell’appuntamento alla Golena del Furlo con protagonista Sona Jobarteh, cantante e suonatrice di kora originaria del Gambia.

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