Disomogeneo Chénier

inserite qui il testo in breve

Recensione
classica
Teatro Lirico Giuseppe Verdi Trieste
Umberto Giordano
23 Aprile 2002
Rischia spesso di essere un polpettone l'"Andrea Chénier" di Giordano che, insieme a "Fedora", ha condiviso persistenti fortune di pubblico. Pur essendo un documento significativo nelle vicende del melodramma italiano della fine del secolo, quest'opera, tesa al traguardo tragico, soffre di equilibrio precario. La ricetta verista fondata su una serie di effetti e di complicazioni, ma anche sull'empito canoro e sull'abbondanza della melodia, prescrive il consueto triangolo tenore-soprano-baritono. Il meccanismo drammatico e i toni tribunizi, per ottenere validità, dovrebbero essere dignificati proprio da un terzetto vocale ineccepibile, poiché tutto il resto è unito al filo bianco e ad una oleografica rivisitazione della Rivoluzione Francese, ove, se si esclude la citazione della "Carmagnola", il popolo è totalmente macchiettistico. Le sollecitazioni del compositore rivolte ai tre protagonisti prescriverebbero grazia lirica e slanci canori chiari, composti, discreti, ma non sbracati. La partitura, costituita da forme vocali passionali ma anche da brevissime interiezioni canore allineate l'una all'altra secondo giri armonici caratteristici, per riottenere quell'attrattiva primigenia, dovrebbe essere affidata a tre protagonisti dotati di mezzi vocali ed espressivi privi di falle. Nicola Martinucci, un tempo interprete apprezzato di Chénier, iersera, al Teatro "Verdi" di Trieste, ha mostrato ormai i limiti di una voce logorata, stanca, discontinua. Del suo timbro tenorile di forza conserva taluni acuti azzeccati, ma, per il resto, la sua organizzazione vocale è ormai compromessa da innumerevoli diseguaglianze, da forzature gratuite, da accenti persino grevi e da un fraseggiare maldestro. Il giovane poeta Chénier, che dovrebbe rivivere grazie a una voce giovane e possente, è stato impersonato invece da una voce vecchia, sfocata. Praticamente Martinucci ha prestato la sua voce al tramonto all'emblema della giovinezza, appannaggio dei più grandi tenori del Novecento. Non ha brillato neppure Francesca Patané, nel ruolo di Maddalena, soprano lirico-spinto, corretto nell'intonazione, ma alquanto algido e, soprattutto, caratterizzato da una inflessione della parola cantata poco chiara: pure nelle arie celebri affiorano con nitore poche parole qua e là. Il Gérard di Alberto Mastromarino scenicamente è goffo e pesante, seppur accompagnato da una buona voce baritonale. Tra i comprimari hanno invece ben figurato Marilena Laurenza (la mulatta Bersi), Monica Faralli (la Contessa di Coigny) e Olga Alexandrova (Madelon). Alquanto manierato il Romanziero offerto da Nicolò Ceriani. Tiziano Severini ha opportunamente guidato con mano controllata e leggera i disegni orchestrali articolatissimi impiegati da Giordano in questa architettura verista. Le scene e i costumi sontuosi dello statunitense Michael Scott, già collaudati all'Opera di Nizza e a Tel Aviv, hanno, per fortuna, consolato gli occhi. Gian Carlo Del Monaco (figlio del grande Mario) - che con Scott ha intrapreso una proficua collaborazione trentennale - ha firmato la sobria regia, riproponendo una lettura d'epoca con una meticolsa attenzione alle precisazioni didascaliche dell'autore, al fine di trarne il timbro 'storico'. Del Monaco (già sovrintendente in numerosi teatri tedeschi e, da ultimo, a Nizza), mancava da Trieste dal 1972, allorché gli fu affidata la cura registica de "Le nozze di Figaro". Da una recente intervista pare sia in predicato per un incarico manageriale presso un importante teatro lirico italiano (forse lo stesso "Verdi" del capoluogo giuliano). Si vedrà! Nonostante i noti principi di Giordano, indirizzati in una lettera ad Illica, fossero aperti dalla memorabile frase "il pubblico non si incatena che quando sul palcoscenico si mettono la lingua in bocca", lo spettacolo è apparso assai sghembo. Eppure il pubblico triestino ha risposto alla fine abbastanza sonoramente, plaudendo in particolare Martinucci che era l'ombra di se stesso. E' un luogo comune, ma ci si interroga se la sordità degli ascoltatori sia sempre più diffusa o se il pubblico delle prime accetti incodizionatamente proprio tutto!

Interpreti: Martinucci/ Zulian, Mastromarino/ Trajanov, Patanè/ Wei, Alexandrova, Laurenza, Casalin

Regia: Gian Carlo Del Monaco

Scene: Michael Scott

Costumi: Michael Scott

Corpo di Ballo: Corpo di ballo del Teatro Lirico Giuseppe Verdi

Orchestra: Orchestra del Teatro Lirico Giuseppe Verdi

Direttore: Tiziano Severini

Coro: Coro del Teatro Lirico Giuseppe Verdi

Maestro Coro: Marcel Seminara

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Al Teatro La Fenice Gondellieder, diario veneziano dello scrittore con le canzoni da battello di Johann Adolf Hasse

classica

Michele Vannelli propone il Giosuè di Bononcini per l’annuale incontro con l’opera barocca della rassegna Corti Chiese e Cortili

classica

Al Bologna Festival un seducente concerto del cornettista Bruce Dickey, con il soprano Hana Blažíková