Danzare Coltrane

Fabbrica Europa inaugura con A Love Supreme, coreografia di Salva Sanchis e Anna Teresa de Keersmaeker

Foto Herman Sorgeloos
Foto Herman Sorgeloos
Recensione
jazz
Festival Fabbrica Europa Firenze
04 Maggio 2017

Nell’anno del cinquantenario della morte di John Coltrane, con perfetto tempismo Fabbrica Europa a Firenze ha avuto la bella idea di inaugurare la nuova edizione del festival portando in Italia, a tre mesi dalla prima assoluta, lo spettacolo A Love Supreme della coppia di coreografi Salva Sanchis e Anna Teresa de Keersmaeker. La sfida di attirare alla stazione Leopolda sia il pubblico della danza sia quello del jazz ha funzionato perfettamente, con il tutto esaurito per le due repliche in cartellone (jazz e danza sono presenti anche in altre produzioni del festival). L’aspettativa era alta, vista l’occasione di vedere due nomi altisonanti della coreografia mondiale alle prese con un capolavoro jazz della musica del Novecento. Va detto subito che lo spettacolo è bellissimo. Una scena minimale – nient’altro che una pedana e le luci – accoglie quattro uomini in magliette e pantaloni scuri. È chiaro che si tratta del quartetto coltraniano, ma per i primi cinque minuti i danzatori scolpiscono gesti nel silenzio, senza musica: si tratta di concatenazioni, cerchi, sollevamenti dei corpi. E solo dopo una lunga pausa meditativa – in cui il danzatore che incarnerà Coltrane misura con calma e più volte lo spazio – attacca il leggendario disco della Impulse. Ognuno dei quattro danzatori impersona uno strumento, e questo assetto è tenuto stabile nei primi tre movimenti. Il solista di turno tende a venire in primo piano, con passi che rimarcano il fraseggio del disco, mentre gli altri si coordinano sullo sfondo con gesti collettivi più distesi, in una sorta di accompagnamento. Sanchis e de Keersmaeker, il cui lavoro si è alimentato anche delle improvvisazioni dei danzatori, scelgono passi stilisticamente diversi per i vari solisti: la fluidità di Tyner è resa con un’inventiva ricca e fluida, che traduce i fraseggi serrati del pianoforte. Sorprende invece che il fraseggio potente e drammatico di Coltrane sia interpretato a tratti con passaggi gioiosi, che richiamano perfino il charleston o il tip tap (ginocchia piegate, saltelli) che a prima vista non sembrano in linea con il carattere e, se vogliamo, anche il contesto storico del solismo di Coltrane, e che però aggiungono una dimensione visiva inaspettata, come un punto di vista inedito, anche se discutibile. Come detto, lo spettacolo è formidabile intensità, ma si ha l’impressione costante che la coreografia insegua la musica, piuttosto che aggiungervi una dimensione personale. In effetti proprio la dimensione ritmica, più che figurale, sembra tradurre con puntualità accenti, momenti di raccordo, fraseggi. Questa logica si fa un po’ affannosa in “Resolution”, soprattutto nell’assolo iniziale di Tyner il cui tempo molto veloce crea qualche obiettiva difficoltà a riprodurre una mimica corporea altrettanto rapida. Eppure è proprio nella seconda parte di “Resolution”, durante il furibondo assolo di Coltrane, che i quattro finalmente si sganciano dai ruoli e creano una danza collettiva complessa e vorticosa, toccando uno dei vertici dello spettacolo, regalandoci una potente trasfigurazione della lucida trance del jazz. Dopo il quieto e misterioso assolo di basso di Jimmy Garrison – reso coreograficamente con altrettanta, magnifica asciuttezza – attacca “Psalm”»: ed ecco che riconosciamo i passi del lungo preludio silenzioso. Allora si comprende che quell’episodio senza musica era un po’ come la preghiera scritta da Coltrane prima di essere musicata, e al tempo stesso la dichiarazione di intenti di autonomia del gesto rispetto al suono, prima di tradurre in gesti la musica che seguirà. E in “Psalm” Sanchis e de Keersmaeker finalmente propongono una loro lettura autonoma dello spirito di A Love Supreme, con una soluzione sorprendente: mentre la preghiera sottintesa da Coltrane e la musica parlano di lode a Dio, manifestata con gioia intensa, ma quieta e contenuta, i gesti invece ci mostrano corpi sollevati, abbassati o distesi, ovvero continue Deposizioni e Pietà, alludendo a una iconografia del dolore che appare estranea a Coltrane. Si può dissentire o rimanere perplessi davanti a questa interpretazione della musica, ma si tratta comunque di un momento alto, di sottile frizione tra due concezioni della spiritualità. Questa contraddizione – non sappiamo quanto voluta – non viene risolta, e alla fine i quattro danzatori si pongono a un margine e osservano in silenzio la scena del rito ormai vuota, ma che nei nostri occhi vibra ancora della scia dei loro corpi e della musica di John Coltrane.

Interpreti: Coreografia di Salva Sanchis e Anna Teresa de Keersmaeker.

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