Cage a Romaeuropa

Omaggio al musicista americano

Recensione
classica
Fa un certo effetto ascoltare John Cage in una deliziosa sala affrescata all’interno del Palazzo Altemps ma del resto Romaeuropa non è nuova a originali accostamenti di questo genere. Al musicista americano è stato dedicato questo primo appuntamento musicale dell’edizione numero trenta, tema di quest’anno “Ricreazione”, intesa sia nel senso ludico che in quello – per usare le parole del direttore artistico Fabrizio Grifasi – di ri-metabolizzazione della creazione artistica. Per l’esecuzione delle “Sonatas and Interludes” sala al completo, numeri ovviamente coerenti con una idea di condivisione dell’evento musicale che è ben distante dalle folle – quando ci sono, ovviamente – dei moderni auditorium, il che porta a sperar bene per la ricezione della musica del XX secolo. Tuttavia era percepibile tra gli ascoltatori un atteggiamento di religiosa attenzione che si addiceva – sempre che in quel contesto lo si desideri ancora – più a un concerto di musica tardoromantica che all’indole provocatoria di Cage. Il quale se pur dovesse aver pensato senza soluzione di continuità la sequenza di sedici sonate e quattro interludi per pianoforte preparato, forse ha immaginato pure che il pubblico non rimanesse impalato sulle sedie per oltre un’ora consecutiva. Considerazioni di contorno che non intaccano l’aspetto musicale del concerto, anche se oggi più che mai è il momento di ragionare anche sui modi di fruizione da parte del pubblico, specie se si parla di ri-creazione dell’opera d’arte. Bravo e tenace Fabrizio Ottaviucci nel declinare minuziosamente l’inedito vocabolario che Cage è riuscito a inventarsi ‘preparando’ il pianoforte, una soluzione che lo poneva, negli anni immediatamente successivi all’ultimo conflitto mondiale, su una strada quanto mai personale rispetto alla ricerca compositiva che si stava sviluppando nel vecchio continente. Lo strumento – grazie a un lavoro che richiede qualche ora per infilare oggetti vari tra le corde, secondo un piano dettagliato – diventa un’orchestra dalle sonorità nuove, a volte più percussive, a volte orientaleggianti, a volte semplicemente disarmanti nella loro durezza. Vero è che Messiaen nel suo “Catalogue d’oiseaux” riesce a trasfigurare timbricamente il pianoforte senza alcun intervento di preparazione, ma Cage evidentemente è andato ben oltre e, ancor oggi riesce a sorprendere con le atmosfere surreali che riesce a ottenere. Fabrizio Ottaviucci le ha evocate con notevole concentrazione e padronanza, regalando poi al pubblico un bis ‘non preparato’ dello stesso musicista americano, quel ‘In a landscape’ che, a quel punto, ha assunto un tono quasi schubertiano.

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