Biennale 2: Coniglietti e percussioni

Dalla Gubaidulina a Xenakis

Recensione
classica
Se qualcuno di voi fosse presente al concerto del contrabbassista Daniele Roccato, io sono quello che si sporge in continuazione dal proprio posto in quarta fila. No, non mi sto distraendo. La musica è molto bella e sarebbe impossibile non lasciarsi completamente attraversare dalla sua essenzialità. Non mi sto distraendo. Sto solo cercando, per quanto la mia posizione lo consenta, di osservare Sofia Gubaidulina che è seduta in prima fila. È affascinante guardare questa donna così intensa mentre segue i propri Studi per contrabbasso solo (eseguiti in modo eccellente), con le mani chiuse in un piccolo pugno davanti alla bocca, quasi per non lasciarsi scappare nemmeno una nota. È un omaggio doveroso e sentito quello che Ivan Fedele le tributa in questa Biennale e il concerto mattutino– completato dalle Pantomime e dalla Sonata per contrabbasso e pianoforte, nonché dal classico In croce per contrabbasso e bayan – è di quelli che scaldano il cuore, cosa quantomai gradita da un pubblico che ha raggiunto Ca’ Giustinian con i piedi umidi dalla pioggia e da un primo accenno di acqua alta.

C’è il tempo per pranzare e prendere un caffè in questa domenica dal programma serrato e già si ritorna nella Sala delle Colonne per uno degli appuntamenti attesi con più curiosità. Il direttore ha infatti affidato al collettivo /nu/thing il compito di stilare una playlist senza vincoli, idea quanto mai felice per iniziare a scardinare un po’ di quella seriosità e autoreferenzialità che è spesso in agguato anche negli esiti più nobili della musica contemporanea. I due coniglietti della serie MTV Usavich – rinchiusi in una cella e costretti loro malgrado a subire varie disavventure e delusioni dai risvolti esilaranti – aprono il programma (e tornano a metà e alla fine), con le loro divertenti, ipercinetiche e paradossali avventure. Anche due dei Piccoli studi sul potere di Cifariello Ciardi giocano la carta del paradosso: sono infatti una sorta di doppiaggio di discorsi di politici famosi, qui un Tony Blair/flauto e un Barack Obama/violoncello, divertente e intrigante nel suo sottolineare la "musicalità" dell’orazione politica. Se l’inizio fa presagire un andamento leggero e spiazzante del pomeriggio, altri lavori suscitano non poche perplessità. Il danese Simon Steen-Andersen è certamente un compositore molto interessante (ricordo la sua Black Box Music tra le cose più efficaci viste in questi ultimi anni), ma i due pezzi scelti qui, dalla forte componente performativa e non del tutto riuscito uno dei due, rischiano un po’ di perdersi. E il resto? Dove sono le "cose nuove"? Dove è il resto del mondo? Le tecniche, le grammatiche, le urgenze che vengono da altre pratiche (il mondo dell’improvvisazione, come sempre assente, tanto per dirne una), la messa in gioco delle stesse regole della fruizione e della condivisione, le suggestioni che vengono dalla prorompente ricerca delle altre performing arts, le geografie sonore che raccontano un pianeta connesso e sconnesso al tempo medesimo? Davvero la next big thing in fatto di quartetto o trio d’archi è rappresentata da linguaggi ormai esausti come il sovrapporsi di cigolanti arcate? E il rapporto tra elettronica e video, anche fatto salvo l’aspetto di tributo all’avanguardia storica, davvero può nel 2013 essere avvincente in un lavoro sulle interferenze che riprende senza particolare innovazione estetica alcune esperienze ormai da tempo codificate della videoarte? Non me ne vogliano i compositori, né tantomeno gli esecutori, davvero bravi, o i compilatori della playlist, cui va il mio più sincero rispetto e il beneficio della libertà di scelta. Quella che cerco di condividere qui, nell’inevitabilmente riduttivo respiro che poche righe concedono, è la voglia che proprio dalle energie e dalla curiosità degli autori e degli esecutori più giovani vengano idee spiazzanti, forti, urgenti, politiche anche, in grado non solo di dare conto della pluralità di estetiche delle musiche di oggi, ma anche della possibilità di ritrovare quello sguardo contemporaneo che, come scrive il poeta Osip Mandel’štam ben riletto da Giorgio Agamben, è una questione di vertebre (forse impossibili) da saldare con il sangue. Anche perché la schiena è quella di un pubblico che rischia di essere sempre più distante o di sentirsi come uno dei coniglietti in cella.

Al Teatro Piccolo Arsenale, il Trio Arbòs si trova all’ultimo momento orfano di Bryan Wolf e quindi di un pezzo che richiede il suo intervento elettronico. Il programma si apre quindi con un lavoro, ben scritto, del giapponese Toshio Hosokawa, prosegue con Dàimones commissionato a Franco Venturini e si chiude con una versione per violino, violoncello e pianoforte del celebre "hit" di Stockhausen, Tierkreis, che nella sua intenzionale semplicità e leggibilità riappacifica in qualche modo un ascolto fino a questo momento sollecitato da tensioni più aspre.

I piedi, oltre che umidi, sono un po’ stanchi mentre si percorre il lungo tratto che porta alle Tese, ma ne vale decisamente la pena perché le Percussions de Strasbourg offrono una prova maiuscola, com’è nella loro tradizione. I funerali dell’anarchico Serantini di Francesco Filidei è un pezzo di grande impatto ritmico, timbrico e performativo, con gli interpreti intenti a picchiare le mani su un tavolo, rumoreggiare con la gola, emettere sibili e via dicendo. Chissà gli ascoltatori di Radio3 – che sta seguendo come sempre con puntualità i concerti serali del Festival – cosa avranno pensato, non vedendo le smorfie e i movimenti in partitura… Interessante anche l’esplorazione delle sonorità di gong thailandesi che Alessandro Solbiati disegna con un percorso sempre attento a evitare le banalità e splendida e emozionante è Darkness di Franco Donatoni, un lavoro che spicca per architettura, articolazione e pensiero, ma che sa anche coinvolgere, specialmente nel travolgente finale con possenti suoni spezzati di gong. Ci dobbiamo infine alzare dalle sedie e raggiungerne altre disposte al centro della scena per un classico esplosivo come Persephassa di Xenakis, con i sei percussionisti disposti attorno al pubblico e premiati giustamente da calorose ovazioni al termine della serata. Se qualcuno di voi fosse presente, io sono quello che si fa venire il torcicollo pur di seguire i movimenti di tutti…

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