Bastille, affascina sempre la Rusalka di Carsen
Applaudito il soprano Nicole Car, elegante la direzione del maestro Kazushi Ōno
05 maggio 2026 • 4 minuti di lettura
Opéra national de Paris Bastille
Rusalka
02/05/2026 - 20/05/2026Ci sono spettacoli che non prendono una ruga con il passare degli anni, è il caso di questa Rusalka che sembra appena creata mentre invece Robert Carsen l’ha ideata nel 2002 quando l’opera di Antonín Dvořák è entrata in repertorio all’Opéra de Paris. Non solo l’allestimento è ancora fresco a vedersi, nella sua semplicità ed eleganza, ma continua a sorprendere per l’originalità dell’impostazione che si distacca ancora più che il libretto dalla Sirenetta di Andersen per raccontarci una storia che non si svolge tra boschi e castelli, con la natura protagonista, ma attualizzata invece in una stanza da letto, solo con un velo d’acqua in basso, e poi in un moderno appartamento invece che nella fastosità delle sale di una nobile dimora. Carsen ha osato, più che con altre sui realizzazioni, esplorando altri significati di una favola già esplicitamente carica di tante piste nascoste di senso, giocando su immagini doppie che sia si riflettono ed entrano in contraddizione, sviluppando la dimensione interiore dei personaggi e dandone una lettura decisamente più contemporanea. La riuscita di tale ripresa, con sala piena e applausi calorosi per tutti gli interpreti, si basa anche sui bravi cantanti e sopratutto pure su una direzione musicale, quella del maestro Kazushi Ōno, che è stata particolarmente apprezzata per equilibrio e attenzione ai dettagli nel gestire le tante influenze, da Wagner alla musica popolare ceca, che confluiscono in una partitura che passa dall’evocare la leggerezza dell’acqua e la danza delle ondine alle note forti e cupe che accompagnano il soprannaturale, la magia e la maledizione, tutto gestito con misura e con grande attenzione ai volumi tra la fossa e le voci.
Il ruolo principale, che al momento della creazione nel 2002 fu di Renée Fleming, è stato stavolta affidato al soprano australiano Nicole Car che lo scorso agosto ha debuttato il ruolo a Sydney e lo ha riproposto lo scorso febbraio con successo a Vienna, con altri allestimenti. Questo di Carsen si combina molto bene con una voce che esprime al meglio un taglio più onirico novecentesco che da fiaba dell’est dell’Europa, anche se la celeberrima canzone alla luna del primo atto viene a mancare un po’ di profondità slava nell’espressione del sentimento. Ma per il resto Nicole Car dimostra tecnica notevole ed incanta per soavità ed acuti luminosi, nonché per un’interpretazione credibile di ragazza d’oggi che cerca di realizzare i suoi sogni ma scopre che non è come credeva che sareebbe stato, malgrado gli avvertimenti, non è più ninfa ma non è diventata del tutto umana. Una vera donna che pulsa di sangue e passione è invece pienamente la principessa straniera, ben interpretata dal mezzosoprano Ekaterina Gubanova, che conferisce al personaggio più carisma e spessore di quanto di solito abbia. La Gubanova si alternerà con un altro mezzo russo, Alisa Kolosova. Il Principe è interpretato dal tenore russo Sergey Skorokhodov la cui prestazione è sempre più appassionata e convincente scena dopo scena, peccato solo per il costume in giacca e cravatta che non lo valorizza. Se Michael Levine si fa ammirare per le scenografie, infatti, lo stesso non si può dirsi per i costumi che pure firma, in particolare per quelli maschili appiattiti tutti verso la divisa borghese, perdendo le loro peculiarità anche se in tal modo sono tutti attualizzati alla realtà dell’oggi. Si fa notare in questa produzione poi particolarmente il basso Dimitry Ivashchenkoil, già con diversi ruoli all’Opéra de Paris ma qui in una parte che gli particolarmente congeniale: con il suo bel timbro profondo e rotondo ben trasmette sia l’autorità che l’amore paterno dello Spirito del lago, anche lui in giacca e cravatta. Il mezzosoprano americano Jamie Barton è Jezibaba, la maga che arriva in scena con una vampata, un po’ eccessiva, di fuoco, in sottoveste nera e vestaglietta rosa, è una strega anche lei dei nostri tempi, simpatica e ironica, poco spaventosa, vocalmente pure un po’ leggera. Si fanno apprezzare infine anche le tre giovani ninfe sia nel canto che per le movenze: Margarita Polonskaya, Maria Warenberg e Noa Beinart. Le coreografie sono di Philippe Giraudeau e acquisiscono anche loro ben altro significato sostituendo i cortigiani del ballo con tanti replicanti dei protagonisti, nelle due camere da letto che si oppongono orizzontalmente. Doppi che finiscono per formare delle coppie, mentre la vera Rusalka dorme in un letto e la sua mente, si suppone, sta elaborando quello che sta succedendo, o vorrebbe che succedesse, tra lei e il principe. Uno sdoppiamento in orizzontale che segue quello in verticale del primo atto, dove il mondo delle fredde acque in basso era invece duplicato specularmente in verticale. Un allestimento che continua a sorprendere piacevolmente per soluzioni tecniche e di grande effetto nel loro minimalismo, come il nero assoluto che si rivela infine dalla separazione delle due stanze da letto. Il coro, ben istruito dal maestro Alessandro Di Stefano, contribuisce infine egregiamente, anche grazie alle sue parti fuori scena, all’atmosfera allo stesso tempo reale e irreale dell’opera.