Ariane et Barba-Bleu, un capolavoro quasi sconosciuto

Il festival di Lione ha presentato in streaming l’opera di Dukas, con la bella direzione di Koenigs e la deludente regia di Ollé

Ariane et Barbe-Bleu
Ariane et Barbe-Bleu
Recensione
classica
Opéra National de Lyon
Ariane et Barbe-Bleu
24 Marzo 2021

All’inizio della primavera il festival dell’Opéra National de Lyon è un appuntamento imperdibile con un modo diverso di pensare l’opera, che si allontana dalle strade più battute, soprattutto se si si fa un confronto con I’Italia, dove le stagioni liriche sono forse di ottima qualità ma certamente non brillano per idee nuove e coraggiose. Dopo essere stato totalmente azzerato dalla pandemia nel 2020, quest’anno il festival è ripartito, ovviamente in streaming.

Al momento di alzare il sipario sul primo spettacolo, due episodi hanno ricordato – se ce ne fosse stato bisogno – quanto difficili siano questi tempi. Prima due giovani hanno preso il microfono per esporre le gravi difficoltà dei lavoratori delle arti performative, chiedendo al governo d’oltralpe più attenzione per lo spettacolo e la cultura tutta. E questo vale panche per l’Italia. Poi è salito sul podio Lothar Koenigs, che in tempi normali dirige nei teatri di tutto il mondo ma che ora è rimasto quasi senza lavoro e quindi ha deciso – come ha raccontato ad una radio tedesca – di fare il rider, un po’ per motivi economici e un po’ per rendersi utile portando generi di prima necessità agli anziani isolati in casa.

Ma veniamo all’opera che abbiamo potuto vedere seduti davanti al pc. Ariane et Barbe-Bleu di Paul Dukas fu rappresentata nel 1907 nello stesso luogo (l’Opéra Comique di Parigi) e su un testo dello stesso autore (Maurice Maeterlinck) di Pelléas et Mélisande  di Claude Debussy, che aveva visto la luce cinque anni prima. Se a questi indizi si aggiunge che i due compositori erano amici e che Debussy era maggiore per età e fama, sarebbe facile giungere alla conclusione che Dukas sia debitore di Debussy, ma non sarebbe totalmente giusto. Per cominciare, rispetto a quella di Debussy, l’orchestra di Dukas (che era un orchestratore raffinatissimo) è altrettanto mobile, cangiante e iridescente, ma ha colori meno sfumati e più netti, di volta in volta cupi, notturni, vivaci, luminosi, violenti, graffianti. E soprattutto, mentre Debussy aderisce con intima convinzione al simbolismo poetico di quegli anni, Dukas sembra rivolgersi a Maeterlinck più che altro per una concessione alle mode artistiche del tempo, scegliendo comunque un testo il cui tasso di simbolismo – per così dire – è più basso che negli altri drammi dello scrittore belga.

I personaggi di Ariane et Barbe-Bleu  non sono infatti i tipici personaggi del simbolismo del primo Novecento, che si lasciano vivere restando in potere del destino e del mistero dell’esistenza. La protagonista, Ariane, non solo infrange il divieto di Barbe-Bleu e apre la porta proibita ma guida verso la luce e la libertà le cinque precedenti mogli, ergendosi come una sorta di protofemminista che rifiuta il dominio maschile. E c’è perfino un accenno di rivoluzione sociale: i contadini si ribellano alla tirannia del principe, lo catturano e lo consegnano alla vendetta delle sue mogli, che o per pietà nei suoi confronti o perché provano ancora amore – o sudditanza, che in questo caso sono la stessa cosa – lasciano cadere di mano il pugnale con cui stanno per ucciderlo. Alla fine Ariane abbandona il castello, mentre le altre cinque mogli restano con Barbe-Bleu, che rialza la testa e resta Il signore dei loro destini. Dunque la ribellione delle donne e del popolo si ferma metà e finisce per rivelarsi un’ammissione d’impotenza.

Comunque anche in Ariane et Barbe-Bleu  si ritrovano – seppure in misura ridotta rispetto a Pelléas et Mélisande – le atmosfere simboliste, indefinite, misteriose, oniriche, incantate, vaghe, allusive, evanescenti. Ma più che il fascino sfuggente del simbolismo sono la stupenda tavolozza orchestrale e le fluorescenti armonie di Dukas ad assorbire l’attenzione dell’ascoltatore. In tale prezioso tessuto sonoro sono avvolte alcune pagine di grande fascino ed altre che lasciano un po’ freddi. Tra le prime ricordiamo la scena iniziale del secondo atto, quando Ariane guida le precedenti cinque mogli di Barbe-Bleu verso la libertà, attraversando un cupo sotterraneo alla luce di una flebile candela, che improvvisamente si spegne: ma proprio in quel momento appare in fondo al sotterraneo una luce che proviene dall’esterno e indica la libertà. Peccato che la regia di Alex Ollé (de La Fura dels Baus) abbia distrutto il fascino di tale scena, collocandola nella stessa sala ben illuminata del banchetto di nozze di Arianna e Barbe-Bleu. È molto bello anche il terzo atto, d’impatto drammatico più immediato e tradizionale, dove la regia si è trovato più in linea con la musica.

Ollé ha cancellato radicalmente ogni riferimento al simbolismo, optando per architetture e arredi geometrici e lucidi (scene di Alfons Flores) nello stile degli anni intorno al 1930, epoca oggi quasi obbligatoria per ogni allestimento operistico. I costumi di Josep Abril Janer andavano dal luccicante stile mafioso-cafonal di Barb-Bleu e dei suoi accoliti alle leggere tunichette delle sue cinque mogli. Ormai non ci si scandalizza più per tali libertà nei confronti delle indicazioni sceniche degli autori, ma quel che assolutamente non va è la piattezza della regia del solitamente vulcanico Ollé, che questa volta non soltanto non ha grandi idee ma non fa molto nemmeno quanto a direzione dei cantanti-attori.

A sua discolpa va detto che doveva fare i conti con una protagonista dalla presenza attoriale pressoché nulla, la cui totale assenza di ogni espressione era impietosamente evidenziata dalle inquadrature ravvicinate della ripresa televisiva. Anche come cantante Katerina Karnèus non era più coinvolgente né più elegante, ma le va riconosciuto di aver retto senza cedimenti alla fatica di un ruolo che la vedeva sempre in scena, impegnata in una tessitura difficile e scomoda. Tutti gli altri personaggi hanno ruoli di contorno: tra loro si sono distinti l’ottima Nutrice di Anaïk Morel , la trepida Mèlisande di Hélène Carpentier e l’adeguatamente rude Barbe-Bleu di Tomislav Lavoie.

Lothar Koenigs, uno specialista della musica moderna e contemporanea, ha diretto magistralmente questa complessa partitura. Se non era in suo potere spingere la Karnèus a insufflare un po’ più di vita ad Ariane, ha però concertato benissimo il gruppo formato dalla protagonista e dal piccolo gruppo di donne che la circonda. Ben altra collaborazione il direttore ha avuto dall’altra protagonista, l’ottima orchestra del teatro di Lione, che ha reso piena giustizia alla ricchissima e preziosissima tavolozza di colori di Dukas.

 

 

 

 

 

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