Alla ricerca del codice

Novità e repertorio

Recensione
classica
Qualcuno mi può cortesemente spiegare per quale ragione la lingua musicale codificata dall’homo sapiens sapiens occidentale, da una civiltà nel pieno della sua maturità intellettuale e con la quale comunica da centinaia di anni, debba essere bandita dalle novità delle sale da concerto? Dalla musica leggera al jazz ai quintali di partiture sinfoniche che si ascoltano al cinema, vecchi, adulti e bambini si intendono felicemente, si scambiano emozioni, pensieri, idee attraverso una grammatica musicale che è la medesima per Mozart, Beethoven, Charlie Parker, John Williams, Bjork e Lucio Dalla. (Tonica e dominante, per i letterati musicali). Il linguaggio condiviso è lo strumento con il quale veicolare senso e significato. Se il linguaggio, il codice, non è condiviso, non si veicola nulla. Peggio, si disturba. La ricerca di un codice nuovo è un percorso meraviglioso, affascinante, carico di significati ineffabili, sublimi, ma non trova spazio nelle sale da concerto perché il pubblico non li recepisce (certo, trova spazio, guai se non fosse, nei luoghi deputati, dai quali deborda, come sempre è accaduto, in ogni direzione). Di conseguenza, il pubblico è costretto a ricorrere alla sola materia disponibile, ovvero il repertorio storico, di cui comincia a stufarsi. Ve ne eravate accorti? Si continua ad ascoltare e riascoltare Mozart e Beethoven perché sono autori meravigliosi, ma anche perché non si può ascoltare nulla di nuovo! Non è terribilmente banale pensare che il valore di un messaggio dipenda dal grado di complessità della lingua con il quale ci si esprime? Che più la lingua è raffinata più raffinato è il contenuto?

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