Alla Monnaie il Rosenkavalier firmato Micheletto

Interpretazione malinconica e un po’ surreale dell’opera di R. Strauss

Rosenkavalier (Foto Baus)
Rosenkavalier (Foto Baus)
Recensione
classica
Monnaie di Bruxelles
Rosenkavalier
28 Ottobre 2022 - 18 Novembre 2022

Sicuramente non è uno dei migliori allestimenti di Damiano Micheletto, e nemmeno una delle migliori direzioni musicali di Alain Altinoglu, ma il pubblico esce comunque soddisfatto dal teatro dopo avere visto questa versione del Rosenkavalier di Richard Strauss tutta giocata sul tema della nostalgia, della neve che “non è più quella di una volta”come canta la Marescialla, con una strizzatina d’occhio al surrealismo belga con un grande corvo nero a materializzare l’avidità e le paure del barone Ochs. Lo spettacolo si apre con un nano che gioca con una palla di vetro di neve, e continuerà a farlo lungo tutti gli atti. Non ci sono le ballerine ma i servitori che si muovono all’unisono, Valzacchi e Annina con un occhio bendato come dei pirati e scarpe con le ghette, una simpatica banda di contadini in abiti tradizionali e mucca finta al seguito. L’allestimento di Paolo Fantini ed i costumi di Agostino Calvalca sono eleganti e poetici, e c’è spazio anche per un po’ di ironia e riferimenti a famosi film americani come Uccelli di Hitchcock. Dal Settecento l’opera è trasportata ad una indefinita prima metà del Novecento, la stanza da letto è in una cornice bianca (l’ennesima cornice), e poi si scopre che c’è un’altra stanza ancora dietro in prospettiva. Anche la Marescialla è moltiplicata, c’è un suo doppio giovane, poi arrivano anche la vecchia e la bambina. Il tenore del primo atto diventa pure un anziano che spinge la vecchietta sulla sedia a rotelle, insomma i diversi momenti della vita sono rappresentati tutti insieme ed il tempo pure si materializza nella scena che si riempe di orologi. Protagonisti visivi, oltre la neve e gli orologi, anche dei poetici e nostalgici palloncini, quindi più che l’intelligente lucidità triste della Marescialla si mette qui in evidenza la sua melanconia e si sfiora il patetico. Tutto sembra restare in superficie, alcune trovate sembrano solo riempitivi di spazi fisici e musicali, sotto la superficie patinata si intravede poco. L’ esecuzione musicale diretta da Alain Altinoglu manca pure di profondità e finezza, ben eseguite le parti romantiche e i valzer, sfuocate invece le parti più moderne, novecentesche, che necessitano suoni più netti, il risultato è un po’ troppo melenso, da operetta. Spesso inoltre l’orchestra suona troppo forte e non si sentono bene i cantanti che oltretutto, in generale, non brillano per volume. Nel numeroso cast, si fanno notare, il mezzosoprano canadese Michèle Losier nella parte di Octavian, bel timbro, vocalmente brillante e agile, perfetta per il ruolo, ottime capacità interpretative come dimostra nei vari travestimenti; si alternerà con un altro mezzo canadese, Julie Boulianne.  Assai godibile anche il barone Ochs del basso-baritono inglese Matthew Rose, qui al debutto nel ruolo, come Martin Winkler, il collega austriaco con cui si divide la parte. Non emoziona invece il soprano inglese Sally Matthews, al debutto nel ruolo della Marescialla, sopratutto per l’interpretazione poco carismatica e coinvolgente, che si alternerà con la tedesca Julia Kleiter. Una bella sorpresa invece il soprano leggero belga Ilse Eerens come Sophie, voce fresca, luminosa e di buon volume, che si divide il ruolo con il soprano americano Liv Redpath. Buona anche la prestazione del baritono Dietrich Henschel come credibile padre di Sophie.  Tra i momenti più alti il meraviglioso trio finale del terzo atto che si trasforma in duetto della giovane coppia che corona il suo sogno d’amore su quelle che sembrano dune di neve mentre la Marescialla getta via le poche gocce d’acqua piovana raccolte che le sono rimaste nel bicchiere. Una première ritardata a causa della pandemia, coproduzione con l’Opera di Vilnius dove il nuovo allestimento è stata infine anticipato la scorsa primavera, e con il Comunale di Bologna.

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