Alaide ? E’ in discoteca

Messinscena bizzarra ma buon esito musicale per La Straniera di Bellini diretta da Fabio Luisi al Maggio Musicale Fiorentino

La Straniera (Foto Michele Monasta)
La Straniera (Foto Michele Monasta)
Recensione
classica
Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
La Straniera
14 Maggio 2019 - 19 Maggio 2019

La soave e lunare musa belliniana sembra eccitare più di altre gli istinti più protervi dei registi di oggidì. La cosa, più volte constatata, ha avuto la sua conferma nella Straniera che è in scena in questi giorni al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino con un nuovo allestimento, come secondo titolo dell’edizione 2019 del festival dopo il trionfale Lear d’apertura. Una Straniera che ci è sembrata di pregio sul piano musicale, con la concertazione di Fabio Luisi nitida e attenta ai particolari più preziosi e innovativi di questa partitura bella e negletta, in particolare nella calibratura dei pezzi d’assieme, e con un cast vocale soddisfacente e che si studiava di rendere nel modo più giusto il cambio di passo, d’accento, di tono, di atmosfera che quest’opera in qualche modo segna nella carriera di Bellini. E infatti Salome Jicia (Alaide), Dario Schmunck (Arturo), Serban Vasile (Valdeburgo) e Laura Verrecchia (Isoletta) hanno ottenuto un ottimo successo personale alla fine della seconda recita dell’opera (16 maggio), quella a cui abbiamo assistito, e molto festeggiato è stato anche Fabio Luisi, con l’orchestra e il coro. Venendo alla messinscena,  il discorso cambia, almeno per chi scrive. Verissimo quanto afferma l’esordiente Mateo Zoni nelle note di regia, che quello della Stranieraè un Medioevo così vago – così francamente pretestuoso, aggiungeremmo - che sarebbe un errore collocare il dramma di Felice Romani in un contesto visuale cronologicamente esatto. Tuttavia, quello che veniva a mancare era proprio questa - come dire ? – geniale e peregrina vaghezza di contorni a favore di percorsi più interiori e più onirici. Più belliniani insomma. Al contrario, altro che Medioevo atemporale !  il risultato era fin troppo chiaro: festa in discoteca a tema medievale con tocco fetish. Era questa l’idea d’insieme che risultava dalla somma di scenografia (Tonino Zera e Renzo Bellanca, sostanzialmente una serie di obelischi con specchi), costumi (Stefano Ciammitti) e luci (anzi per lo più non-luci, Daniele Ciprì). Maschere di ogni guisa ma più da Carnevale di Venezia un po’ sadomaso che altro, strani figuranti impegnati come cani nella battuta di caccia del primo atto e come aguzzini di un’Alaide spogliata del suo manto rivelando un costumino da burlesque, parecchi (troppi) luccichii di armature e ingioiellature con effetti tra saga fantasy e notti brave (in discoteca appunto), i villici che spiano la capanna di Alaide con movenze inequivocabilmente alla Gatto Silvestro, cori mossi con ricorrenti effetti a sfilata e a drappello che poi finivano per ricordare certe mitiche regie “all’antica”, come quelle di Margherita Waldmann che i vecchi critici ci raccontavano… per farla breve, c’era di che confermare che impegnare in Bellini un regista esordiente nell’opera può essere molto pericoloso. E questo proprio per la natura particolare della sua drammaturgia, con ciò che apparentemente le manca e invece c’è ma va cercato, e non per niente c’era uno che Bellini l’amava tanto e si chiamava Richard Wagner.  Notevole e caloroso successo di pubblico, comunque, e teatro pieno. Ultima replica domenica 19 alle 15,30.

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