La rivoluzione del Ring
Al Museo della Scala fino al 3 maggio
01 febbraio 2026 • 4 minuti di lettura
Al Museo della Scala, per iniziativa della direttrice Donatella Brunazzi, si è aperta la mostra La rivoluzione del Ring (aperta fino al 3 maggio), sottotitolo Visconti, Ronconi, Chéreau, in occasione dei cent'anni dalla prima esecuzione della Tetralogia wagneriana alla Scala. L'esposizione è curata da Giovanni Agosti, con l'allestimento di Margherita Palli e la grafica di Emilio Fioravanti, e ricrea alcune salette della Biblioteca Livia Simoni, lascito del figlio Renato allo stesso museo, con le pareti coperte da scaffali di libri. Un luogo di raccoglimento da esplorare con calma, perché si ha subito l'impressione che non basta fare il visitatore, ma bisogna prendere il passo del ricercatore curioso. All'entrata primeggia l'articolo apparso sul "Corriere della Sera" il 3 febbraio 1973, in cui Luchino Visconti annuncia di rinunciare alla regia del Ring per motivi di salute, ma il percorso inizia dopo, anzi prima. Perchè si torna indietro nel tempo, all'edizione diretta da Furtwängler nel 1950, coi bozzetti di Fortuny mai realizzati per la morte del pittore, a cui succede Benois, che disegnerà anche scene e costumi per quella del 1963 diretta da Cluytens. La parte più interessante della rassegna ovviamente viene di seguito. Alla rinuncia di Visconti, la Scala che ha affidato il podio a Wolfgang Sawallisch, importa nel marzo 1973 un Rheingold dall'Opera di Monaco (di cui lo stesso Sawallisch è direttore musicale) e affida la regia delle tre giornate a Luca Ronconi e le scene e i costumi a Pier Luigi Pizzi. La documentazione di cos'è stata quella rivoluzionaria messa in scena è ricchissima; dimentica le eleganti astrazioni di Appia a Bayreuth, per storicizzare la Tetralogia all'epoca della sua creazione, in una Germania guglielmina in piena industrializzzione.
Nel corso della conferenza stampa per la presentazione della mostra, è intervenuto Pizzi ricordando che lui e Ronconi, al momento di comparire a fine spettacolo tenendosi per mano, non immaginavano le bordate di fischi e insulti che li avrebbero travolti, tanto d'aver avuto la tentazione di tagliare la corda. Erano stati poi raggiunti da un emissario di Paolo Grassi, allora sovrintendente, che imponeva loro di presentarsi una seconda volta sul palco. Il finimondo non era finito, ma dopo qualche minuto gli scandalizzati in platea se n'erano andati e ad applaudire erano rimasti i sostenitori e i loggionisti. Per cui dal disastro era nata una vera battaglia culturale, anche sui quotidiani, su fronti avversi. Arruga e Courir a favore, nettamente contro Buscaroli che aveva definito "delinquenti" regista e scenografo.
La rottura con Sawallisch comunque pare definitiva e la Scala spedisce a Monaco come ambasciatore di pace Pizzi ("Luca era pavido ed era toccato a me" ricorda l'interessato), fatto sta che viene almeno salvato il Siegfrid, che va in scena nel 1975 con più pacati dissensi. Ma non il Götterdämmerung.
Nonostante la sua rinuncia, Visconti ha il suo spazio alla mostra, grazie ai film, La caduta degli dei e sopratutto Ludwig (1973), che tra l'altro verrà proiettato in edizione integrale alla Scala il 16 marzo (ore 18), come testimonianza di quanto significasse per lui il mondo wagneriano.
Nel proseguo dell'esposizione è inevitabile imbattersi nel Ring del Festival di Bayreuth 1976. Forse perché è lo spirito del tempo o forse perché Patrice Chéreau ha lavorato al Piccolo Teatro dal 1969 al 1972 e ha condiviso i fermenti che sono nell'aria in quegli anni, fatto sta che il regista francese viene reclutato da Pierre Boulez a cui è affidato il podio di Bayreuth, al loro fianco Richard Peduzzi scenografo e Jacques Schmidt costumista. Anche in questo caso polemiche a non finire per la critica al capitalismo, con addirittura minacce di morte a Chéreau, anche se questa edizione è stata replicata a Bayreuth per ben cinque anni fino al 1980.
L'esposizione al Museo della Scala prosegue con un'importante appendice, perché dopo il contrastato esordio scaligero, il Ring a firma Ronconi-Pizzi ha avuto una seconda vita. Massimo Bogianckino, ex direttore artistico della Scala, nel frattempo diventato direttore del Maggio Fiorentino, nel 1979 invita i due a completare il ciclo interrotto. In quell'anno va così in scena a Firenze il Rheingold, con le Ondine adolescenti à poile e il Valhalla come la Rotonda del Palladio, a seguire le prime due giornate e il Götterdämmerung nel 1981. Come sottolinea Agosti nel programma della mostra, non si tratta però di una semplice ripresa, ma di una riscrittura perché nel frattempo i due firmatari si sono arricchiti di nuove esperienze. E continueranno a rivedere il loro punto di vista, tant'è che il drago, che alla Scala era rappresentato da un intreccio di corpi alla Living Theatre, a Firenze è un vero mostro, come anche la roccia dove dorme Brünnhilde diventa una citazione dell' Isola dei morti di Böcklin.
A fianco della rassegna al Museo della Scala, va segnalata quella nel foyer del teatro, Risonanze Wagner, visioni attorno al Ring, a cura di Gianluigi Colin e Mattia Palma, con opere di quattro artiste figurative commissionate per l'occasione: Antonella Benanzato, Flaminia Veronesi, Chiara Calore, Federica Parazzoli. Per sondare quali immagini suggerisca oggi l'epopea wagneriana.