Stargaze, suite per ensemble in remoto

One è l’ambizioso album del collettivo guidato dal direttore d’orchestra tedesco André de Ridder

Stargaze
Disco
oltre
Stargaze
One
Transgressive
2022

Alla denominazione Stargaze corrisponde un collettivo radunato una decina di anni or sono dal direttore d’orchestra tedesco André de Ridder, designato di recente direttore musicale del teatro di Friburgo: personaggio abituato a muoversi tuttavia con disinvoltura fuori dai circoli accademici, come dimostra la partnership con Damon Albarn nel progetto Monkey: Journey to the West e in Plastic Beach dei Gorillaz.

Fra i precedenti della formazione spiccano così collaborazioni con Terry Riley e Steve Reich, accanto a quelle che l’hanno vista al fianco di John Cale, Bill Frisell, Julia Holter, The National e Bon Iver.

Per l’esordio discografico dell’ensemble – intitolato appunto One – il piano prevedeva il coinvolgimento di artisti “extracolti”, incaricati di scrivere singole porzioni di una suite in cinque movimenti, poi è arrivata però la pandemia a complicare la procedura. Cosicché è mutato il profilo dei fornitori: «Servivano compositori in grado di pensare alle partiture come qualcosa che potesse essere elaborato in seguito e manipolato», ha spiegato de Ridder.

«Servivano compositori in grado di pensare alle partiture come qualcosa che potesse essere elaborato in seguito e manipolato».

E a ciò si aggiunga l’ostacolo posto dalle restrizioni anti-Covid, che hanno imposto di svolgere le sedute di registrazione in remoto. Date tali premesse, il risultato conseguito è sorprendentemente coerente e affascinante. Prendiamo ad esempio “Metaphor”, episodio al quale spetta il ruolo di ouverture, dove a una leggiadra ambientazione cameristica fa da contrappunto l’alternanza fra armonia e dissonanza, generando incidentalmente vaghe suggestioni cinematografiche.

Ne è autore Greg Saunier, abitualmente batterista nei californiani Deerhoof, veterani della scena indipendente d’oltreoceano, area cui appartiene pure Arone Dyer, metà femminile del duo newyorkese Buke And Gas, qui responsabile dell’empatica “avant-garde” esposta in “Voicecream”.

Affermato esponente del medesimo milieu creativo targato Williamsburg è Tyondai Braxton, in passato nei ranghi dei Battles: attribuita a lui è la sezione dall’architettura più ostica all’ascolto, “Vacancy”, informata da un gusto impressionista. Al contrario, in termini d’immediatezza svetta la successiva “Recollection Pulse #3”, trainata da un’insistita vibrazione ritmica che denuncia l’ascendenza di chi ne è autrice, ossia Nik Colk Void, cantante e chitarrista nei Factory Floor, trio londinese di post punk elettronico.

In chiusura, ecco impegnato invece al pentagramma Aart Strootman, componente del gruppo berlinese sin dalla fondazione: non è dunque un caso che – nelle movenze misurate del suo solenne crescendo orchestrale – “Descend” sia il brano maggiormente allineato ai canoni “neoclassici”.

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