Rarità del primo Ottocento italiano

Il soave e bel contento è l’esordio discografico del tenore Francesco Santoli

Francesco Santoli
Francesco Santoli
Disco
classica
Francesco Santoli
Il soave e bel contento
Da Vinci Classics
2021

Tutto dedicato a rarità musicali del primo Ottocento italiano, Il soave e bel contento rappresenta l’esordio discografico di Francesco Santoli, tenore che ha dedicato gran parte del proprio talento proprio al repertorio protoromantico.

Oltre all’amato Rossini, nel disco figurano brani di Giovanni Pacini, Gaspare Spontini e di due cantanti, Mario Tiberini e il ben più noto Giovan Battista Rubini: due esempi di quella particolare vocalità tenorile, ormai quasi scomparsa, a cui appartiene il tenore contraltino, o tenore leggero, o di grazia, diffusa prima dell’avvento negli anni trenta dell’800 del tenore di forza. Timbro particolare che andava a definire il giovane innamorato (ad esempio Lindoro, o Nemorino) capace di passare senza fratture dalla voce di petto a quella di testa e di fraseggiare sul registro acuto con dolcezza, senza mai forzare la voce. Tale naturalezza caratterizzava anche il registro grave, mai forzato ma ugualmente potente e luminoso, a differenza del tenore di forza che, con le parole certo un po’ eccessive di Heinrich Panofka – Voci e cantanti, Forni 1871 (p. 86) – oltre ad avere «una pronunzia poco corretta e poco eufonica… e un gestire stravagante che gli dà l’aria di un nuotatore… non si fa scrupolo di far udire l’ansare costante di una respirazione difettosa, e di aprire la bocca oltremisura».

Francesco Santoli dunque propone delle rarità musicali interpretate con emissione anch’essa ormai “rara” e fedele alla prassi esecutiva del primo Ottocento: alcuni dei brani furono scritti o dedicati a grandi interpreti dell’epoca, come Giovanni David, Giovanni Battista Rubini o Adolphe Nourrit, oppure composti da alcuni di quegli stessi interpreti.

Il Salve Regina di apertura è infatti composto da un tenore di origini marchigiane, Mario (o Mariano) Tiberini (1826-1880), originariamente pubblicato a Torino dagli editori Giudici e Strada (1865 ca.) e riportato alla luce in questa registrazione: di fronte a questa melodia ampia e ben disegnata, a cui Santoli conferisce accenti dolci e suadenti e a tratti vigorosi e che è sorretta da un’armonia tutt’altro che scontata, non si può che cedere al fascino della più seducente orecchiabilità. Il registro sovracuto richiesto occasionalmente alla voce  interessa anche i  due studi composti da Giovan Battista Rubini e tratti dalle Dodici lezioni di canto moderno per voce di tenore o soprano, pubblicato nel 1839 a Parigi e in Italia dall’editore Lucca di Milano: si tratta  di due eleganti esempi di “canto a mezza voce” (n. 11, Forse, ah forse in suo pensier) caratterizzato dalla dolce cantabilità sulla gamma dinamica del piano, e di canto a “voce spiegata”, nella cabaletta al contrario tutta costruita sul ‘forte’ e sostenuta da un energico ritmo di marcia (n. 12, Moriamo e  amanti spiriti).

Ancona Rubini è il protagonista della difficile aria che dà il titolo al disco, strutturata in un bellissimo e virtuosistico  cantabile seguito dalla cabaletta I tuoi frequenti palpiti e composta da Giovanni Pacini: per Rubini fu infatti pensato il ruolo di Licida della Niobe, opera rappresentata al San Carlo di Napoli nel 1826 e che riscosse un discreto successo, a giudicare anche dalle rielaborazioni strumentali che ne seguirono e che riprendono proprio il motivo della cabaletta, come la Grande fantaisie sur des motifs de Niobe di Franz Liszt.

Le dirai ch’io serbo ancora-Di liete immagini non ho più speme, cantabile e cabaletta di Agobar tratte da Gli arabi nelle Gallie, rappresentato alla Scala nel 1827, è un altro gioiello tratto da un’opera ormai fuori repertorio di Pacini: anche in questo caso il ruolo di Agobar fu scritto per una voce ben precisa, quella del tenore Giovanni David, grande interprete rossiniano, che Santoli interpreta dando prova di grande sensibilità espressiva nonché di eccellenti doti virtuosistiche.

Una buona metà del disco è poi dedicata alle romanze da salotto di Rossini, tra cui spiccano due esempi di quell’insieme disordinato di varianti, o se si preferisce esercizi di stile, su una quartina di Metastasio tratta dal Siroe (“Mi lagnerò tacendo/della mia sorte amara/ma ch’io non t’ami, cara/non lo sperar da me”) che il pesarese musicò fino all’ossessione e fino agli anni di vecchiaia su una melodia originariamente scritta per una rielaborazione del testo dell’aria di Ermione “Un’empia mel rapì”. I numerosissimi “Mi lagnerò tacendo” rossiniani – sembra che arrivino ad un centinaio, tra frammenti ed esercizi di improvvisazione al pianoforte trascritti da altri, ma anche brani compiuti diversissimi tra loro per stile e struttura – sono comunemente interpretati come una manifestazione allo stesso tempo maniacale e giocosa della malattia nervosa che colpì il compositore negli del silenzio operistico; la loro composizione è infatti concentrata proprio in quel periodo, molti di essi essendo inclusi nei Pechés de vieillesse  ma altri sono stati rinvenuti solo  recentemente. Tirana alla spagnola, risalente agli anni giovanili e Mi lagnerò tacendo, composto negli anni della maturità, sono due versioni molto diverse, la prima un trascinante bolero, la seconda quasi uno studio, per gli ampi salti che richiede alla voce, della stessa “ossessione” rossiniana.

Ancora di Rossini le due arie da camera La separazione (“Muto rimase il labbro”, anch’essa in qualche modo imparentata con i “Mi lagnerò tacendo”) su testo di Fabio Uccelli, dedicata all’allieva Corinna di Luigi e composta nel 1858, e Beltà crudele (“Amori scendete propizi al mio core”) su testo del barone Nicola di Santo Magno e dedicata «all’amico Castelnovo», composta nel 1821: brani straordinariamente simili, non solo per la tematica amorosa ma anche per la scrittura, nonostante li separino quasi quarant’anni, che testimoniano la longevità del belcanto rossiniano.

La genesi dei due brani conclusivi si intreccia con l’aneddoto: Ultimi versi di Adolfo Nourrit sono le parole che il grande tenore, rivale di Gilbert Duprez, avrebbe scritto poco prima di suicidarsi gettandosi da una finestra, e che furono tradotti e adattati da Giovanni Federico Schmidt alla preghiera di Giulia (“O nume tutelar degl’infelici”) dal finale II de La Vestale di Gaspare Spontini. L’andamento allo stesso tempo elegiaco e drammatico di questo brano fa il paio con la distesa e malinconica cantabilità dell’Addio ai Viennesi (“Da voi parto, amate sponde), mitigata nella parte finale da accenti sempre più ricchi di pathos e di notevole virtuosismo: Rossini compose questo brano in occasione, appunto, della partenza da Vienna, meta della sua prima tournée estera nel 1822, e sembra che lo riproponesse per analoghe occasioni a Londra e a Parigi.

Il disco è stato inciso per l’etichetta Da Vinci Classics nel Complesso Monastico Santa Maria in Gerusalemme di Napoli: e in effetti il sound non è quello asettico della sala di registrazione ma appare più vicino ad una esecuzione dal vivo, anche se il pianoforte di Rosa Montano è leggermente penalizzato dalle risonanze del luogo.

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