Paolo Fresu, ultimo tango a Berchidda

Tango Macondo è lo splendido nuovo disco di Fresu con i mantici di Daniele Di Bonaventura e Pierpaolo Vacca

Tango Macondo Paolo Fresu/ Daniele Di Bonaventura/ Pierpaolo Vacca
Disco
jazz
Paolo Fresu/ Daniele Di Bonaventura/ Pierpaolo Vacca
Tango Macondo
Tûk Music
2021

È’ capitato di recente a chi scrive queste note di aver usato – per scelta ovviamente consapevole – molte musiche registrate da Paolo Fresu per un programma radiofonico. Su un social molto “professionale" s’è fatto vivo uno stizzito commentatore che, alla prima occasione favorevole, ha commentato «A quando altra musica di Paolino Ammanicatu?».

Il compositore e trombettista di Berchidda ha, su tutte le altre, una virtù che non bisognerebbe mai dimenticare: l’umiltà nel modo di proporsi, la serenità di non deviare di un millimetro dalla strada musicale sulla quale ritiene e sceglie di doversi incamminare. E al diavolo, verrebbe voglia di dire, chi crede di avvelenare col rancore stizzito e acidulo il pozzo della creatività. Creatività che, oggi, negli splendidi sessant'anni di Fresu, è apicale e di una leggerezza calviniana: saper dire cose profonde con il tocco leggero di un alito di vento.

Se Paolo Fresu è “ammanicato”, è perché le maniglie di legno intagliato per aprire le porte della fantasia se l’è costruite lui, anno dopo anno, disco dopo disco, collaborazione dopo collaborazione, festival dopo festival nella sua Berchidda. Produzione dopo produzione.

Fine dell’accenno, e brevissima ultima digressione per raccontare che, a pochissima distanza da Popoff!, il progetto firmato assieme a Cristina Zavalloni sulle canzoni storiche dello Zecchino d’oro rese in jazz (Zavalloni è un’altra “ammanicata”: suo padre per diversi anni è stato direttore artistico all’Antoniano di Bologna!) esce ora un disco splendido del trombettista di Berchidda che riporta la parte musicale di uno spettacolo teatrale che meritava memoria, Tango Macondo, andato in scena a Bolzano per la regia di Giorgio Gallione e in cui – riportiamo testualmente dalle note – «si confondono parole e suoni, tanghi e musica popolare, riti arcaici e onirica contemporaneità. Un viaggio ai confini tra il delirio e la geografia che dalla Sardegna, grazie alla surreale scrittura di Salvatore Niffoi, arriva a incrociare Macondo, il paese immaginario nato dall'universo onirico e mitico di Gabriel García Marquez con il suo bagaglio di visioni e prodigi».

Ecco allora la scelta di un organico a tre (rafforzato in altrettante occasioni da tre notevoli voci femminili in genere associate alla “musica leggera”: bella sfida, anche questa) davvero timbricamente inconsueto: tromba, flicorno, piano e effetti elettronici per Fresu, bandoneon, piano e devices elettronici per Daniele Di Bonaventura, organetto diatonico ed effetti per Pierpaolo Vacca.

Dunque due mantici che si chiamano e si rispondono, di volta in volta affidandosi il supporto armonico: quello che si apre a ventaglio spiegato inventato da un ingegnere tedesco per le chiese luterane, di nessuna fortuna in Europa, e che trovò la sua buona sorte dall'altra parte dell’oceano nel nascente tango afroamericano, quello più "nero" uruguayano, quello più "bianco” argentino, e il piccolo mantice diatonico della musica popolare europea. Strumento che nell’ultimo mezzo secolo ha conosciuto un rilancio di notorietà tanto dovuto quanto inaspettato, con specialisti come Tesi, Sparagna – e già c’è una nuova generazione agguerrita e consapevole che si affaccia.

Troverete dunque qui una sorta di “futuro ancestrale” in cui fluiscono ballad struggenti originali (“Macondo” sembra tenere assieme Miles Davis e Monteverdi), balli tradizionali dalla Sardegna con il movimento spiritato e incantatorio di sedicesimi che danzano sotto le dita dall'organetto, e tre tanghi centrali nella storia appassionata del genere: "Alguien le dice al Tango", col testo di Borges, e la voce di Malika Ayane, e due classici di Gardel come "El día que me quieras", voce di Tosca, e "Volver", affidato a Elisa.

Una più brava dell’altra, forse contagiate dall’aria ipnotica e onirica del tutto. Segnaliamo ancora di attendere, in chiusura del disco, la meravigliosa traccia fantasma finale di Vacca, "Stagioni", e di ricordarsi di questo lavoro se avete da testare un impianto audio vero: l'incisione è a livelli quasi di perfezione, per spazialità e presenza.

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