L'eterno, improvvisare intorno a un albero

Stefano Leonardi con Marco Colonna, Antonio Bertoni, Fridolin Blumer e Heinz Geisser in un bel lavoro di improvvisazione per Leo Records

L'eterno
Disco
jazz
Stefano Leonardi / Marco Colonna / Antonio Bertoni / Fridolin Blumer / Heinz Geisser
L’eterno
Leo Records
2018

L’Eterno è un impressionante ed antico albero di pino che svetta in un altopiano sulle montagne del Lagorai, in Trentino, e che è stato colpito da un fulmine. Un albero morto, dunque, come fonte di ispirazione per un disco di improvvisazioni colme di vita.

Il bell’artwork di Re delle aringhe (www.redellearinghe.com) cerca di restituire l’immagine di questo scheletro: nessuno sa da quanto tempo esattamente l’albero sia morto e per quanto tempo abbia vissuto; le foreste , a differenza degli uomini, sono eterne; gli alberi no, ma questo albero, fisso nella sua immobilità, lo sembra. Così racconta Giuseppe Borziello nelle note del libretto di questo cd pubblicato da Leo Records: sono note per un’escursione, utili a capire l’immaginario che nutre questi otto dialoghi liberi e utili anche come indicazioni del sentiero musicale che viene percorso.

Si parte con le radici antiche ("Old Roots") del free di matrice afroamericana, i dischi della Byg degli anni Settanta, il continente nero proiettato nello spazio, serrati e lirici i botta e risposta tra i flauti Stefano Leonardi (anche alle launeddas) e i clarinetti di Marco Colonna, con Fridolin Blumer al contrabbasso e Antonio Bertoni al violoncello a dare un che di europeo e di bianco a questa ascesa verso l’imprendibile, tra suoni che imitano quelli della natura, stridori, salite, cadute sul bordo del precipizio e la batteria di Heinz Geisser che fa rotolare sassi e direziona il cammino verso la meta.

Frangenti dal rigore riduzionista quasi zen (l’inizio di "Towards the Light") preludono a momenti di raccolto e corrusco tematismo ("Spirits Inside"), quasi una invocazione celeste e terrena, un tentativo di imitare la mutabilità delle forme di una nuvola, nel flusso di un cielo di cui qui quasi si arriva a sentire l’aria rarefatta e limpida. "Fractured Branches" incalza da subito, come un bop che all’ordine e alla disciplina dello spartito preferisce l’apparente e laborioso caos di un formicaio.

La materia è pulsante, l’acqua in altura ci mette più tempo per giungere a ebollizione, ma ugualmente qui le temperature sono elevate, i musicisti si lasciano portare dal flusso e spaziano tra ipotesi threadgilliane ed enigmatici profili da jazz olandese: sempre poetico e pugnace il suono di Colonna, che ben si sposa con le sottili evoluzioni dei flauti, la punteggiatura mai didascalica delle percussioni e il lavoro sotteranneo ma prezioso di contrabbasso e violoncello.

La lunga "Resistance" è una sorta di manifesto di politica del suono, ecologia dell’improvvisazione, tra le allusioni piene di soul del flauto e le geometrie non euclidee del clarinetto, mentre la sezione ritmica nasconde volutamente il centro di gravità, dando così una piacevole sensazione di stordimento. Siamo vicini alla cima, la salita si fa sempre più dura, la debolezza che si avverte potrebbe essere quasi scambiata per febbre, ma bisogna avere forza e resistenza, controllo e motivazione, l’aria scarseggia e bisognerebbe dosare le energie, ma i polmoni e le mani dei cinque improvvisatori sono capaci e ribelli, per cui il free sgorga inesausto, zampilla naturale come un ruscello di montagna, non distante dal Coltrane che esplorava le galassie.

Arrivati sulla sommità, è poi il momento di prendere fiato, sedersi e perdersi nel regno del vento che taglia la faccia e pulisce le idee, e allora "Echoes", arcaica e astratta, quasi un canto di transumanza che torna a vagare tra stridori e ombre novecentesche, inghiottite poi dal silenzio. Silenzio che è la voce eterna delle cose, la loro essenza intima, forse, e allora ecco gli strumenti muoversi circospetti, con pause e tempi lunghi, movimenti larghi e un’attesa sempre trattenuta, ogni evento sonoro viene valorizzato al massimo, la connessione tra i musicisti è intensa e continua, e si chiude con "At Last, Forever", acida e spigolosa, a ribadire il mistero naturale di questo albero morto sull’altopiano e dunque consegnato all’eternità ed il mistero dell’improvvisazione, capace di regalare momenti di struggente, ferocissima poesia e farci vedere, ancora una volta, panorami mai visti.

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