Jarrett da Köln a Munich

Munich 2016, doppio dal vivo di Keith Jarrett, suona (al solito) meravigliosamente bene

Keith Jarrett (foto di Rose Anne Colavito)
Keith Jarrett (foto di Rose Anne Colavito)
Disco
jazz
Keith Jarrett
Munich 2016
ECM
2019

Siamo tutti d’accordo su un punto che riguarda la storia del jazz moderno: Keith Jarrett ne abita una nicchia importante, spaziosa, e perfino un po’ invadente, per  iper produzione discografica, per di più declinata anche su territori estetici non sempre contigui al jazz.

Siamo probabilmente anche d’accordo sul fatto che certi vezzi  caratteriali dell’uomo Jarrett, spesso ruvido sino all’intemperanza, non aiutano ad avere una visione neutra del suo operato artistico, che invece dovrebbe esse giudicato per quel che è: un percorso che, come tutte le vicende sedimentate su mezzo secolo e oltre, deve per forza contemplare scorciatoie e vicoli ciechi, accelerazioni radianti e stasi inspiegabili.

Aggiungiamo ancora che Keith Jarrett è anche un uomo di una certa età che ormai combatte un lotta quotidiana con gli acciacchi pesanti che lo affliggono, e che il tutto non riverbera certo buone e solari vibrazioni sulla pratica musicale. 

Tutto ciò premesso, ogni volta che esce un disco che contiene un’intera tranche concertistica di piano solo del musicista di Allentown si ripresenta il medesimo caso. Sarà qualcosa in grado di commuoverci sino a veder spuntare una lacrima furtiva, o un insostenibile esercizio onanistico, con tanto di contorno obbligato di mugolii e derive pericolosamente vicine a un romanticismo estenuato e un po’ new age?

Il fatto è che pesa sempre e comunque l’effetto Köln Concert. Che fu una sorta di epifanico avvenimento eccezionale condizionato da una pluralità di fattori, ma anche il disco giusto nel momento storico perfetto: dove un  flusso di musica incantante che sembrava pescare dal fiotto della memoria brandelli di melodie e di ricordi fu un po’ anche un buon modo per evadere dalla trappola del “bravo pianista di jazz”. 

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Come suona allora il Keith Jarrett di Munich 2016, dunque proprio, per così dire, a casa dell’ECM di Manfred Eicher? Meravigliosamente bene, viene subito da rispondere. Ecco un altro disco di piano solo di Jarrett da incorniciare tra le sue prove più vive. Come La Fenice, che precede questo concerto di dieci anni esatti. Evidente la partizione del doppio cd, Munich, part I- XII è un tratteggio di purissima improvvisazione. La più lunga, quella che dà inizio al tutto, è di quasi quattordici minuti. Un quarto d’ora di denso, a tratti densissimo magma sonoro che sembra riportare alla mente la diabolica abilità di Lennie Tristano nel creare labirinti ritmico armonici. Il tutto, per così, dire, riscattato dalle altre e assai mainstream sequenze, in cui ancora una volta la diteggiatura sontuosa di Jarrett lascia emergere i consueti sprazzi intrisi di note blu, e gli echi di gospel , spiritual, country che sono evidentemente il suo bagaglio carsico. 

Nel secondo cd  due standard ben poco frequentati, col gusto che ha Jarrett per riscoprire impolverate meraviglie ("Answer Me, My Love", e "It’s a Lonesome Old Town"), e un  finale di bellezza imponderabile e netta, quegli squarci visionari di poesia che ogni tanto Jarrett sembra riesca intercettare in tempo reale: succede con la celeberrima "Somewhere Over the Rainbow", e tanto basti.

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