Jaga Jazzist verso la piramide

I norvegesi Jaga Jazzist riaffermano nel nuovo lavoro la propria visione “progressiva” del jazz

Jaga Jazzist
Disco
jazz
Jaga Jazzist
Pyramid
Brainfeeder
2020

Quando ascolto la big band norvegese dei Jaga Jazzist guidata da Lars Horntveth, affiancato anzitutto dal fratello Martin e dalla sorella Line, mi viene da pensare immancabilmente a certo jazz orchestrale dallo slancio “progressivo” in voga oltremanica circa mezzo secolo fa: dai Centipede del compianto Keith Tippett al Mike Westbrook di Metropolis.

Diciamo che l’intenzione è analoga, benché nel tempo trascorso lo scacchiere musicale sia molto mutato e ovviamente le coordinate dell’ispirazione di Jaga Jazzist siano riferite ad altri punti cardinali: forse il post rock dei Tortoise, oppure le evoluzioni meno ampollose dell’inglese Cinematic Orchestra. Nel nuovo album, settimo della serie in quasi 25 anni di attività e primo per la Brainfeeder di Flying Lotus dopo un poker targato Ninja Tune, quella sensazione è confortata dal brano iniziale, espressamente dedicato al pioniere giapponese del suono sintetico Isao Tomita: una suite prossima al quarto d’ora avviata dal sassofono del capobanda in emulsione ambient e sviluppata in un groove elegantissimo che prelude a un epico sbocco corale.

I tre episodi rimanenti, dall’ampiezza minore ma comunque estesi fra gli otto e i nove minuti, articolano temi differenti. “Spiral Era” è sostenuto ad esempio da una cadenza sincopata di batteria sulla quale viene edificata una sofisticata architettura strumentale cui il misurato uso dei vocalizzi conferisce un pathos cinematografico che può ricordare le imprese recenti dei nostri Calibro 35.

Fin dal titolo, il successivo “The Shrine” dichiara il proprio indirizzo: citando il leggendario locale creato a Lagos da Fela Kuti preannuncia echi di afrobeat evidenti tanto nel fraseggio dei fiati quanto nell’impulso ritmico. In chiusura, viceversa, “Apex” sposta l’asse espressivo verso un’orbita elettronica, associando a un incalzante loop di matrice techno armonizzazioni di sintetizzatore di natura “prog”.

Concepito dagli autori come dotazione di “musica da viaggio”, Pyramid svolge il compito in maniera egregia, anche se non raggiunge il livello delle opere migliori della formazione scandinava, ossia What We Must (2005) e One-Armed Bandit (2010).

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

jazz

Addict Ameba, musica insieme

L'ethio-jazz-latin-afrobeat del collettivo italiano Addict Ameba, nel nuovo disco Panamor

Enrico Bettinello
jazz

Maria Pia De Vito, il sogno delle canzoni

Dreamers, il nuovo lavoro di Maria Pia De Vito, è un piccolo capolavoro tra Joni Mitchell e Bob Dylan  

Guido Festinese
jazz

Francesca Naibo, i confini della chitarra

Namatoulee è il disco d'esordio della chitarrista Francesca Naibo, tra improvvisazione e sperimentazioni "colte"

Marco Maiocco