Tre libri di musica per cominciare l'anno

Tre titoli del 2022 da recuperare per riflettere sulla musica, dall'improvvisazione alla critica

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Solitamente quando si segnalano i libri dell’anno (o quelli da regalare alle feste alle amicizie musicofile) si cerca di includere una varietà di uscite, magari equilibrando i testi più hip e “sul pezzo” con le (auto)biografie, quelli più esoterici, qualche graphic novel e quelli più pop.

– Leggi anche: 10 libri di musica da regalare a Natale Tra i tanti bei libri usciti nel 2022 appena finito, mi fa piacere invece segnalarne qui tre, che non solo ho trovato molto interessanti, ma che sono anche accomunati dal fatto di trattare argomenti non particolarmente “up to date" e di farlo in un modo che al godimento della lettura aggiunge lo stimolo a ulteriori riflessioni e pensieri.

Paul Bley

Il primo di questi libri è Liberare il tempo. Paul Bley e la trasformazione del jazz (Quodlibet, 192pp., 20€), autobiografia del pianista jazz canadese Paul Bley (coadiuvato da David Lee) uscita originariamente a fine anni Novanta e qui proposta finalmente in italiano, all’interno della pregevole collana Chorus di Quodlibet.

Figura unica e straordinaria nella storia del jazz, dagli esordi e le avventure con Ornette Coleman alla tumultuosa stagione degli anni Sessanta, per giungere al periodo dei sintetizzatori, dell’autoproduzione musicale (ma anche del supporto dell’ECM), uomo scomodo e intelligente, Bley ricostruisce qui, con grande ironia, le vicende della propria vita, umana e professionale, proiettandoci dentro momenti chiave della creatività americana e restituendoci quel suo muoversi ellittico e imprevedibile che ne ha fatto, indubitabilmente, uno dei pianisti più originali e indimenticabili. Super!

inchingoli

Il secondo è Musica di carta. 50 anni di riviste musicali in Italia (Arcana, 335pp., 22€), titanica impresa di Maurizio Inchingoli (tra l’altro collaboratore del giornale della musica) che ripercorre qui le vicende editoriali e storiche delle più importanti testate musicali italiane degli ultimi 50 anni.

Grazie a una serie di interviste con molti protagonisti di quelle stagioni editoriali (da Riccardo Bertoncelli a Vittore Baroni, passando per il “nostro” Jacopo Tomatis, Fabio De Luca o Federico Guglielmi, ma anche per il contestatissimo enciclopedico Scaruffi) Inchingoli ricostruisce un quadro sfaccettato e ricchissimo di entusiasmi errori, trionfi, litigi e miracoli umani e professionali. Il Mucchio, Buscadero, Musica Jazz, Gong, Rumore, BlowUp e tante altre testate – alcune longeve, altre meno durature – sono tra le protagoniste di una storia in grado di segnare generazioni di ascoltatrici e ascoltatori, in cui visionarietà e DIY vanno a braccetto, in edicole che progressivamente perdono di centralità nelle vicende musicali.

Non è forse un caso che all’avvento del web sia dedicato solo un breve capitolo verso la fine del libro (capitolo che ha il merito di dare voce a Elena Raugei e Nur Al Habash in un contesto altrimenti inevitabilmente sbilanciato al maschile), ma che non va a sondare più di tanto le nuove tendenza della scrittura sul web.

Importante strumento per intraprendere (sperabilmente) anche nuove azioni di quella precoce archeologia sulle riviste musicali cui l’evoluzione dei media ci costringe, Musica di carta diverte per la ricchezza di aneddoti e ricordi, ma fa soprattutto riflettere sugli spazi per la critica e le dinamiche dell’informazione.

Bertinetto

Terzo volume che segnalo qui è Estetica dell’improvvisazione (Il Mulino, 200p, 18€) del filosofo Alessandro Bertinetto, che alle questione dell’improvvisazione ha dedicato già molta attenzione.

Non spaventi l’impostazione giustamente rigorosa e di origine accademica: il libro è davvero preziosissimo (e ben scritto) per inquadrare la pratica dell’improvvisazione, non solo in ambito musicale.

Attraverso densi capitoli che ne ricostruiscono gli aspetti costitutivi, tra libertà creativa e abitudine, tra spontaneità e norma (l’autore giustamente ci ricorda in quanti aspetti della quotidianità ci troviamo di fatto a improvvisare), spaziando dalle arti performative al cinema e al design, per teorizzare infine l’improvvisazione come una filosofia stessa dell’arte, Bertinetto spazza via con lucidità e competenza tutta quella serie di luoghi comuni che ancora oggi si tramandano (specialmente nella vulgata romantica jazz) sul tema, fornendo una pietra miliare per lo studio e la comprensione – e il potenziale, anche extra-artistico – di queste pratiche. 

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