Lee Konitz in 10 dischi

«Ci vuole un sacco di preparazione per non essere preparati». Un ricordo di Lee Konitz, morto a 92 anni

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Ore piccole di una notte qualsiasi di quarantena. L'annuncio della morte di Lee Konitz, in un crescendo inarrestabile di post e di conferme, inizia lentamente ad assumere i tristi contorni della notizia verificata: il gigante discreto, il più vicino, umano e tangibile dei grandissimi del jazz, se n'è andato a 92 anni, riponendo definitivamente il contralto nella custodia dopo una vita in musica che per raccontarla non basterebbero un paio di enciclopedie. 

I 90 anni Lee Konitz al Bologna Jazz Festival

La botta è forte. E ognuno ha il suo Lee Konitz da raccontare, da condividere, al quale aggrapparsi. Fioccano i ricordi di live indimenticabili (per le più disparate e stravaganti ragioni), di incontri che hanno lasciato il segno, di battute folgoranti, gli aneddoti curiosi, le emozioni legate all'ascolto di questo o quel brano. «Sai – mi scrive un amico in chat – Ora che ci penso bene, credo che sia il musicista del quale ho ascoltato e amato più dischi». 

Tanti, tantissimi quelli memorabili disseminati come pietre preziose lungo settant'anni abbondanti di meticolosa genialità: dai primi passi nella cerchia di Tristano, alle leggendarie sedute del davisiano Birth of the Cool; dalle orchestre di Claude Tornhill e Stan Kenton, alla fraterna vicinanza con Warne Marsh; dalle meraviglie degli anni Sessanta e Settanta, alla più spettacolare delle maturità artistiche.

Epica e gloria di un radicale sui generis, fedele a un'idea di improvvisazione eticamente intesa come processo spontaneo e rigorosamente svincolata da luoghi comuni e cliché.

Epica e gloria di un radicale sui generis, fedele a un'idea di improvvisazione eticamente intesa come processo spontaneo e rigorosamente svincolata da luoghi comuni e cliché, da quella “memoria muscolare” (così la definiva Konitz) che induce a rifugiarsi nel già sentito, nel comprovato, nelle abitudini. Un salto nel vuoto, certo, ma dall'alto di una costante e maniacale pratica quotidiana, di una ferrea educazione all'ascolto della propria (e altrui) musicalità. «Credo che la maggior parte di quelli che suonano professionalmente voglia fare un buon lavoro, e si prepari per farlo nel miglior modo possibile. Io lo faccio a modo mio, ma è il mio tipo di preparazione, “non essere preparato”. E ci vuole un sacco di preparazione! Parliamo di studiare tutte le progressioni mai esistite, tutte le inversioni, tutti i lick. E poi quando uno suona si dimentica quello che ha studiato e cerca di inventare qualcosa di veramente nuovo per quel momento».

«Il mio tipo di preparazione, “non essere preparato”. E ci vuole un sacco di preparazione!».

Improvvisare al presente, «suonare ogni nota il più chiaramente possibile». Con quella pronuncia calda, immediatamente riconoscibile, la cantabilità delle linee, quel fraseggio melodico e sinuoso (sintesi personalissima delle lezioni dei maestri Charlie Parker e Lester Young), e un pugno di standard come ossessiva costante. «Potrei suonare “All the Things You Are” per il resto della mia vita», confessò in un'intervista rilasciata a "Down Beat".

Un'esagerazione che poi tanto esagerazione non era. Tipica di uno spirito arguto, salace, schietto nei giudizi (memorabili quelli su Anthony Braxton e John Coltrane) e profondo come pochi altri nelle riflessioni (obbligatoria la lettura di Conversazioni sull'arte dell'improvvisazione, una serie di interviste raccolte da Andy Hamilton e pubblicate in Italia da EDT). Che altro aggiungere? Niente. Spazio alla musica e a dieci dischi da riascoltare.

1. Subconscious-Lee – 1955 (Prestige)

Impossibile non partire da qui. Una raccolta, pubblicata dalla Prestige nel 1955, di brani registrati tra il 1949 e il 1950 e usciti in precedenza su due dieci pollici. Il giro è quello di Tristano (c'è anche Warne Marsh) e la composizione che dà il titolo al disco è probabilmente la più celebre a firma Konitz.

2. Live at the Half Note – 1959 (Verve)

Metti una sera a New York. Con Lee Konitz (sax contralto), Warne Marsh (sax tenore), Bill Evans (piano), Jimmy Garrison (contrabbasso) e Paul Motian (batteria) sul palco. Uno dei quintetti più incredibili mai ascoltati. L'anno è il 1959, anche se le registrazioni sono uscite per la prima volta nel 1994.

3. Motion – 1961 (Verve)

Il balzo in avanti è spettacolare. In trio con Elvin Jones alla batteria e Sonny Dallas al contrabbasso, Konitz mette nero su bianco la sua idea di improvvisazione. Uno dei momenti chiave della storia del jazz.

4. The Lee Konitz Duets – 1968 (Milestone)

Incontri e connessioni. Una serie di splendidi faccia a faccia con musicisti di rango assoluto: Dick Katz, Richie Kamuca, Elvin Jones, Eddie Gomez, Ray Nance; ma soprattutto Joe Henderson e Jim Hall, con il padrone di casa a dividersi tra il contralto e il tenore.

5. Satori – 1974 (Milestone)

Di nuovo contralto e tenore, con in più il sax soprano. A spingere nel motore ci sono Dave Holland e Jack DeJohnette, mentre Dick Katz e Martial Solal si alternano (nei brani in quartetto) al pianoforte e al piano elettrico. Una discreta sventola.

6. Duplicity – 1977 (Horo)

Produzione italiana per l'ennesimo (e raffinatissimo) incontro con il pianista Martial Solal, improvvisatore contiguo come pochi altri alla sensibilità di Konitz. Un disco (doppio) tutto da (ri)scoprire.

7. Toot Sweet – 1982 (Owl)

Piano e sax contralto. Di nuovo. Stavolta però alla tastiera c'è Michel Petrucciani. Tanto cuore. E un'indimenticabile versione di “'Round About Midnight”. 

8. Angel Song – 1997 (ECM)

Una delle uscite più emozionanti e intense del catalogo ECM. I compagni di avventura, in una formazione stellare, sono Kenny Wheeler alla tromba e al flicorno, Dave Holland al contrabbasso e Bill Frisell alla chitarra. Livelli altissimi.

9. Live at Birdland – 2011 (ECM)

La notte in cui il Birdland aprì per la prima volta le porte al pubblico, il 15 dicembre del 1949, Lee Konitz fu uno dei musicisti a salire sul palco con Charlie Parker. Sessant'anni dopo (le registrazioni sono del dicembre del 2009) eccolo di nuovo a casa in compagnia di Brad Mehldau al pianoforte, Charlie Haden al contrabbasso e Paul Motian alla batteria. Serve altro?

10. Costumes Are Mandatory – 2013 (HighNote)

Con Ethan Iverson al piano, Larry Grenadier al contrabbasso e Jorge Rossy alla batteria, una dimostrazione di classe senza tempo. Instant classic!

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