Jazz in edicola: nel cellophane dei luoghi comuni

Una nuova serie di dischi per Espresso/La Repubblica presenta "Il meglio del jazz contemporaneo internazionale in 20 cd"... ma è davvero così?

Kenny Barron - jazz in edicola
Kenny Barron (foto di John Sann)
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Quella dei dischi jazz in edicola è un’avventura ormai collaudata: dalle mitiche collane come “I grandi del jazz” della Fabbri, passando per gli allegati di Musica Jazz, per arrivare in tempi più recenti alla riproposta di alcuni classici in vinile o molte altre iniziative, quella dell’edicola si è rivelata sempre un’interessante opportunità (e con un’IVA più favorevole) di diffusione di questa musica presso un pubblico più generalista e non è raro che qualche appassionato si sia costruito una prima discografia attraverso qualcuna di quelle uscite.

Oggi che la maggioranza della musica è disponibile a chiunque  con un semplice click (specialmente a un pubblico anagraficamente più giovane, che idealmente sarebbe il destinatario ideale di operazioni di questo tipo) l’ennesima riproposizione dei “classici” del genere può suonare un po’ pleonastica e nemmeno troppo lungimirante dal punto di vista del marketing.

Così, quando un paio di giorni fa la mia attenzione è stata catturata dall’annuncio di una nuova collana di cd allegati a L’Espresso/Repubblica, dall’inequivocabile titolo “Jazz Now – Il meglio del jazz contemporaneo internazionale in 20 cd”, ho pensato subito che una ricognizione (per quanto parziale, come tutte le ricognizioni) di quanto si è mosso ultimamente sotto l’ombrello sempre più grande del jazz, era un’ottima idea!

Chissà chi c’è, mi sono chiesto… Steve Coleman? Julian Sage? Avranno messo quel furbacchione di Kamasi Washington? Brad Mehldau? Mary Halvorson? I Bad Plus o gli E.S.T.? Cécile McLorin Salvant? Vijay Iyer? Jason Moran? Forse gli Snarky Puppy? Qualche nome più legato all’avanguardia? Qualche nome ECM? Chissà…  In effetti è mica facile scegliere, chissà come avranno fatto…

Poi sono andato a vedere il piano dell’opera (eccolo qui) e… beh, mi sa che ci sono un po’ di cose su cui fare una bella riflessione!

(DISCLAIMER: a scanso di equivoci e polemiche, chiarisco subito che questo non è un articolo “contro” la Red Records o “contro” i musicisti di cui si parla: man mano che procederete nella lettura dovrebbe essere evidente, ma lo scrivo già qui, così non c’è possibilità di sbagliarsi, ok?).

La collana è infatti una raccolta di cose uscite nei decenni per l’etichetta italiana Red Records, antologizzate per artista – e tra l’altro la Red Records non è mai menzionata nelle pubblicità e nella presentazione dell’iniziativa, ma solo in un’etichetta sui cd e in un allegato della prima uscita.

Leggiamola bene la presentazione, sono poche righe: «Il meglio del jazz contemporaneo internazionale in una collana inedita e originale di 20 cd. La nuova onda del jazz degli ultimi 20 anni in una collana che rappresenta una vera perla per tutti gli amanti: Kenny Barron, Bobby Watson, Cedar Walton, sono solo alcuni dei jazzisti della serie che hanno contribuito negli ultimi anni a rendere grande il genere».

Una veloce analisi del testo vale decisamente la pena, perché qui si infila una serie di scorrettezze davvero interessanti.

«Il meglio del jazz contemporaneo internazionale»: se mi scrivi questo, posto che “il meglio” è concetto soggettivo e quindi sarà sempre e comunque un’iperbole, comunque si presume che la scelta sia fatta tra un numero rappresentativo di etichette, tra più ambiti. Non è così. Al massimo si può dire «il meglio del catalogo Red Records», che di certo, con tutto l’affetto, non rappresenta tutto il jazz internazionale. 

«Collana inedita»: beh, la collana, dal momento che è la prima volta che esce, è per forza inedita, non serve scriverlo. I materiali invece sono tutt’altro che inediti, per cui scrivere “inedita” è una bella presa per i fondelli, specialmente per chi – come molti appassionati di jazz – è ghiotto di inediti.

«Nuova onda del jazz degli ultimi 20 anni»: e qui ogni pretesa di onestà è ormai dimenticata.
Se scrivi “nuova onda”, chiunque intende che si tratterà di musicisti che si sono affermati o che hanno lasciato un segno preciso in questi ultimi 20 anni, tanto più che nei social network si rincara la dose (come vedete dallo screenshot qui sotto) e si aggiunge «le star del jazz contemporaneo, che animano i concerti e i festival della scena mondiale».

JAzz in edicola

E allora andiamo a vederli, chi sono queste star che animano i concerti: Kenny Barron, Bobby Watson, Cedar Walton, Joe Henderson, Paul Bley, Steve Grossman, Billy Higgins, Massimo Urbani, Fred Hersch, Dave Liebman, Jerry Bergonzi, Victor Lewis, Pablo Bobrowicki, Mani Padme Trio, Edward Simon, Fabio Morgera, Jim Snidero, Ray Mantilla, Phil Woods, Dida Pelled…

Sì, non vi state sbagliando: alcuni di loro sono defunti da un pezzo (Massimo Urbani dal 1993! Henderson e Higgins dal 2001, da ben 17 dei 20 anni in considerazione!); altri sono musicisti che si sono affermati negli anni Sessanta e Settanta; per molti di loro l’epoca delle registrazioni Red qui riproposte è di oltre 30 anni fa; di alcuni dei nomi più recenti – al di là del giudizio artistico e con tutto l’affetto – difficilmente si  può affermare che siano delle star, tantomeno rappresentativi della “nuova onda” che anima i grandi festival internazionali… 

Devo continuare? Non credo ci sia bisogno, ma forse non sarà inutile provare a capirci qualcosa di più.

Che L’Espresso/Repubblica decida di dedicare una collana alla Red Records (etichetta i cui tanti meriti e limiti sono ben conosciuti dagli appassionati, ma ne parliamo meglio tra poche righe) è un’idea come un’altra, volendo anche un’ottima idea, dal momento che tra quelle antologizzate ci sono anche splendide cose che meritano certamente di figurare nella discoteca di ogni appassionata e appassionato. 

Che si debba “mascherare” l’iniziativa sotto l’ipotetico (e evidentemente risibile) concetto del «meglio del jazz contemporaneo internazionale degli ultimi 20 anni» è invece qualcosa che per me va al di là della malizia pubblicitaria e che racconta invece la perdurante posizione di fragilità che questi linguaggi mantengono in un contesto culturale come quello italiano.

In questa “tempesta perfetta” di insincerità si incontrano quindi: 

  • la convinzione che il jazz non abbia alcuna attrattiva se non “etichettato” in un certo modo (già nella più bella e originale collana dedicata ai giovani musicisti italiani, “Giovani Leoni”, L’Espresso aveva chiesto alle band di lavorare su progetti-tributo che riguardassero nomi conosciuti come Jimi Hendrix, Nirvana, Janis Joplin…); 
  • lo spacciare per “new wave” del jazz registrazioni che hanno anche 35 anni e che magari (pur belle) non rappresentano nemmeno il momento più rappresentativo della carriera del musicista;
  • l’incapacità di pensare un progetto editoriale che possa davvero essere significativo per una nuova generazione di ascoltatori (nella malcelata e perniciosa convinzione che “un buon disco di jazz” – quale certamente sono quelli della collana – sia sempre e comunque un prodotto culturale, e “meglio questo che non la trap” e via dicendo);
  • il “tanto chi volete che se ne accorga”?

Destino ineluttabile? Dipende da come la si vuole pensare.

Perché il bello è che guardandosi un po’ intorno ci si accorge che altrove invece si è saputo rinnovare il back catalogue con più freschezza: penso solo per fare un esempio alla tedesca MPS (ne abbiamo parlato anche QUI, QUI e QUI), che da qualche anno sta conducendo una felice campagna di riverniciatura dei propri classici, approfittando dell’interesse degli appassionati del vinile, commissionando antologie e remix a influencer provenienti da altri contesti, e così via.

E se si va un po’ a sbirciare nei siti specializzati, si vede che della Red Records (così come di altre etichette italiane nate negli anni Settanta come Vedette, Horo, eccetera) sarebbero in realtà assai richiesti dai collezionisti titoli in vinile che non sono mai stati ristampati in cd e di cui addirittura non si fa menzione nel sito ufficiale dell’etichetta (stiamo parlando di dischi di Sam Rivers, David Murray, Anthony Davis, Johnny Dyani, solo per dirne qualcuno, mica di figure secondarie…). 

Dettagli, sottigliezze per connoisseurs direte voi. Non senza un po’ di ragione, certo, però ve la immaginate una collana di dvd strombazzata come “La nuova onda del cinema di fantascienza degli ultimi 20 anni” e in cui ci mettono Interceptor o Tron

«Proposte del genere tengono l’urgenza di queste musiche incellofanata in una nuvoletta di luoghi comuni». 

A me, che alla forza attuale dei linguaggi legati al jazz continuo fortemente a credere, situazioni come quella della collana “Jazz Now” continuano a sembrare segnali che, equivocando l’illusorio vantaggio di qualche scorciatoia, tengono l’urgenza di queste musiche incellofanata in una nuvoletta di luoghi comuni

D’altronde, rileggendo ancora le poche righe di presentazione e quella frasetta finale «che hanno contribuito negli ultimi anni a rendere grande il genere», si capisce già che per L’Espresso/Repubblica il genere non è “grande” già da un secolo, macché…

Jazz in edicola

 

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