Il jazz in Europa 2: Quale pubblico per il jazz?

In attesa della European Jazz Conference di Novara, abbiamo chiesto a 8 direttori artistici di raccontarci lo stato dell’arte del jazz europeo

European Jazz Conference Novara
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Dal 12 al 15 di settembre Novara ospiterà la European Jazz Conference , e la città si appresta a accogliere oltre 300 direttori artistici, musicisti, curatori, organizzazioni nazionali e professionisti del settore.

 

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Abbiamo colto l’occasione della European Jazz Conference per porre a 8 direttori e direttrici artistiche europee 5 domande sul proprio lavoro e sulla propria visione. Si tratta di Pierre Dugelay (Le Périscope – Lyon, Francia), Sunna Gunnlaugs (Reykjavik Jazz Festival, Islanda), Emily Jones (Cheltenham Jazz Festival, UK), Kenneth Killeen (12Points, Irlanda), Martyna Markowska (JazzArt Festival –  Katowice, Polonia), Jan Ole Otnaes (Victoria Nasjonal Jazzscene – Oslo, Norvegia), Frank van Berkel (BIMHUIS – Amsterdam Olanda) e Wim Wabbes (Handelsbeurs – Gent, Belgio). 

Dopo la prima puntata, dedicata al ruolo del curatore, abbiamo interrogato i nostri curatori su un tema centrale per ogni organizzatore, ovvero la costruzione del pubblico.

Quali tipi di pubblico, di comunità possono essere raggiunti oggi in Europa e come?

Pierre Dugelay (Lione): «È una domanda che richiederebbe molte risposte. Tendo sempre più a avere come riferimento la scena artistiche di ciascun territorio, scena che è definita da un insieme di luoghi, di eventi, di musicisti attivi localmente e dalla loro capacità di mescolarsi con musicisti che vengono da altri luoghi. Se questa scena, in una città o in una regione, è attiva e vitale, può mettere insieme pubblici nuovi e differenti, giovani o meno, sensibili a una determinata cultura o facenti parte di un certo gruppo. Il jazz di oggi, parlo di quello di oggi perché non sono uno storico, è totalmente multiforme e integra un numero incalcolabile di stimoli musicali e culturali se si segue questa idea di programmazione. Lo scenario ovviamente non è così scontato e la mia visione “ottimistica” allarga una serie di tematiche a tutti i tipi di pubblico, ma stiamo lavorando sodo per raggiungere questo obiettivo». 

Sunna Gunnlaugs (Reykjavik): «Tutti i tipi di comunità possono essere raggiunti, dipende da quanto si investe e dagli sforzi che si intraprendono. Il design e il marketing sono essenziali nel rendere la musica interessante per nuovi pubblici, ma mi sembra che il problema della mancanza di fondi sia piuttosto comune». 

Emily Jones (Cheltenham): «Credo il jazz abbia il potenziale per raggiungere nuovi pubblici, ma molti musicisti e programmatori in Europa dovrebbero ripensare prima di tutto il modo in cui presentano la musica. Il jazz come “arte colta” magari attrae pubblico negli Stati Uniti, dove artisti come Wynton Marsalis hanno lottato per ottenere uno status di “musica classica” per il jazz, ma forse in Europa c’è bisogno di un altro approccio se si vogliono coinvolgere altre comunità di ascoltatori. Nel Regno Unito la musica classica sta sudando sette camicie per raggiungere un pubblico nuovo e più giovane, quindi direi che aspirare allo status di nuova “musica classica” non sia una grande idea». 

«Nel Regno Unito la musica classica sta sudando sette camicie per raggiungere un pubblico nuovo e più giovane, quindi direi che aspirare allo status di nuova “musica classica” non sia una grande idea».

«L’improvvisazione è uno degli strumenti creativi più potenti da utilizzare in diverse situazioni e il jazz si mescola così bene con altre musiche, come dimostra la recente scena inglese e il suo successo presso un pubblico più mainstream.  Le mescolanze tra i generi offrono la possibilità di rivolgersi a molti pubblici diversi, così come il lavoro che fa Banlieues Bleus a Parigi è uno straordinario esempio di come si può lavorare con diverse comunità attraverso il jazz. Negli ultimi cinque anni a Cheltenham abbiamo commissionato nuovi lavori a musicisti jazz, appositamente pensati per luoghi pubblici all’aperto e per un pubblico che difficilmente vediamo seduto nelle sale. Ci sono tantissime persone che vogliono essere coinvolte, se riusciamo a comunicare con loro». 

Kenneth Killeen (Irlanda): «Anche se ormai è diventato quasi un luogo comune ricordarlo, la musica – e il jazz in particolare – è un linguaggio universale. Spontaneo, inclusivo e coinvolgente dal vivo». 

«Il jazz sta diventando inoltre un “metagenere” che include un sacco di elementi trasversali, dall’elettronica al rock alle pratiche interdisciplinari, ciascuna delle quali ha già un suo pubblico».

«Il concetto cardine di improvvisazione è facile da comunicare attraverso progetti di comunità rivolti a qualsiasi età. In questa prospettiva il jazz e la musica creativa improvvisata possono costituire le basi di un’interazione con le comunità e di un’interazione nella quale non esistono “sbagli”. È un elemento liberatorio per le comunità e il pubblico, in grado di espandere ciò che ritengono di voler realizzare. Il jazz sta diventando inoltre un “metagenere” che include un sacco di elementi trasversali, dall’elettronica al rock alle pratiche interdisciplinari, ciascuna delle quali ha già un suo pubblico. Nella mia visione il jazz e la musica improvvisata creativa si collocano proprio al centro delle tante intersezioni delle linee che uniscono pubblici e comunità».

Martyna Markowska (Katowice): «Certamente coloro che si appassionano ai programmi più avventurosi e che amano frequentare concerti, non necessariamente di jazz. Può essere un pubblico che viene dalla musica alternativa, dal pop, dalla musica sperimentale o anche dal black metal. Vecchi e giovani, dipende solo dal mood. Grazie allo sforzo sempre crescente di molti programmatori nel mondo, si stanno riuscendo fortunatamente a raggiungere anche comunità di ascoltatori più marginali o fragili».

Jazzart festival Katowice (foto Eric Van Nieuwland)
Jazzart Festival Katowice (foto Eric Van Nieuwland)

Jan Ole Otnaes (Oslo): «Dalla mia esperienza con il Victoria di Oslo, posso dire che riusciamo a raggiungere un pubblico abbastanza variegato, dai 18 agli 80 anni, dipende da cosa c’è in programma. Abbiamo un abbonamento stagionale abbastanza economico (90/130 €) che consente di assistere a 65 concerti in un anno. È uno strumento che ci consente di avere un pubblico fidelizzato e molti studenti e musicisti comprano questo abbonamento, fattore che mantiene la media dell’età attorno ai 35».

Frank van Berkel (Amsterdam): «La nostra struttura sta sviluppando un lavoro sul pubblico, che vogliamo raggiungere sempre più vario, amanti della cultura di qualsiasi ceto, sesso e età, con in comune l’amore per la musica nuova e avventurosa. Tra queste abbiamo un dialogo speciale con la comunità locale di artisti che si esprimono con la libera improvvisazione». 

Wim Wabbes (Gent): «Sembra che il jazz sia nuovamente alla ribalta della scena musicale. E pensare che non molto tempo fa un giornalista di rock di un quotidiano belga aveva intitolato un articolo “Il jazz è una merda!”». 

«E pensare che non molto tempo fa un giornalista di rock di un quotidiano belga aveva intitolato un articolo “Il jazz è una merda!”».

«Così come il jazz è diventato sempre più eclettico e va ben oltre le definizioni del genere, anche il pubblico si è allargato, in ogni senso, di età, di sesso e di gusti. Direi che dovremmo apprezzare questo e supportare i musicisti che hanno aperto il jazz a nuovi ascoltatori». 

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